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15 lug

A Roma la magia di Springsteen. E le sue canzoni scacciano i demoni cattivi

ROMA – Una distesa di “cuori affamati”. Il Circo Massimo è un mare denso di pubblico colorato che festeggia il suo eroe. E Springsteen sembra fatto apposta per scacciare i demoni cattivi, quelli che vogliono trasformare il mondo in un sordido luogo di morte e terrore. Rimane lì sopra per ore, grida, suggerisce, provoca, lenisce ferite con canti dolcissimi e malinconici, poi danza, fa esplodere energie che sembravano perdute.

E questa volta lo fa in uno dei luoghi più belli del mondo, in un valle che si chiama Circo Massimo, incassata tra Aventino e Palatino, dove la “nostra” civiltà classica rifulge in tutto il suo splendore, e inizia alle 8 e un quarto, quando ancora le luci del tramonto stanno addolcendo i colori ocra della capitale e lanciano lampi rossi sulle mura dell’antica Roma. Il Boss sparge gioia e gusto del vivere, nel pieno centro di una città giustamente messa in sicurezza in ogni modo lecito per lasciar fluire “liberamente” le cose che gli psicopatici del terrore odiano di più: creatività, rock, passione, fisicità, sorridente condivisione, empatia, laicità.

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Lui non si lascia turbare, si butta, si fa toccare, passa in un’angusta passerella che fende la folla, raccoglie i cartoni su cui i fan scrivono le loro richieste e spesso li accontenta, fin dall’inizio, con Summertime blues, vecchio focoso rock’n’roll di Eddie Cochran o una ruvida Boom Boom di John Lee Hooker. Vuole rimanere idealmente in mezzo alla gente, alla sua gente, stabilendo un impareggiabile clima di condivisione, un senso di comunità che raramente si può vivere a un concerto con la stessa intensità. E in uno stentato, ma comunque intenso italiano ad un certo punto grida: “bello essere nella città più bella del mondo. Roma daje”.

Gli organizzatori e le forze dell’ordine avevano chiesto collaborazione e pazienza: venite in tempo, avevano chiesto, aiutateci a svolgere i controlli con ordine e tranquillità. E il popolo del Boss, che è fatto di una moltitudine di diverse generazioni, ha reagito coscienziosamente, in migliaia hanno cominciato ad affluire fin dalle 15, hanno riempito gradualmente la grande area voluta dal festival Rock in Roma per ospitare degnamente il re dei rocker, arrivato sulla scia degli ultimi trionfali concerti, i due clamorosi a San Siro, nel suo amatissimo stadio milanese, poi in Belgio e in Francia, con due concerti a Parigi poco prima che un’altra tremenda ferita si abbattesse sul paese. La zona era ovviamente guardata a vista, droni, 700 guardie sparse nell’area, controlli attenti ma tutto sommato leggeri all’ingresso, e un’attenzione speciale ai Tir (tanto per aggiornare il tragicamente fantasioso elenco delle possibili armi stragiste) arrivati in zona per i trasportare i carichi necessari all’allestimento del concerto.

Per la data romana ha stravolto le previsioni, basate sulle scalette dei concerti degli ultimi giorni, come fosse una particolare attenzione da dedicare a Roma, alla bellezza dello spazio, iniziando a sorpresa con New York city serenade, insieme all’orchestra Roma Sinfonietta, come fece tre anni fa a Capannelle, una magia d’amore, di paesaggi lontani, una visione dello skyline di New York vista dal ragazzo Sopringsteen cresciuito in New Jersey, tanto per annunciare subito un’atmosfera elegiaca, di pace, di calda e complice umanità. E poi subito Badlands, l’inno che fa saltare all’unisono tutti i sessantamila presenti al Circo Massimo. Springsteen è qui per ricordare a tutti il fondamentale e positivo impulso vitale che passa attraverso le sue elettrizzanti maratone, per rinnovare quel patto di lealtà stretto col pubblico all’inizio della sua storia, per celebrare fedeltà, appartenenza, orgoglio.

A vederlo, in ogni singolo istante, si ha l’impressione che lui stia sul palco soprattutto per sforzarsi di rendere la vita degna di essere vissuta, per sé e per quelli che gli stanno intorno. Ogni suo pezzo è in fin dei conti una risposta a questa semplice ma fondamentale domanda, a partire da quelli di The River, il disco che uscì nell’ottobre del 1980, è che rappresenta il corpo centrale delle scalette di questo tour. Canzoni che raccontano l’iniziazione alla vita, la ricerca di felicità, le fughe in strade disperate, l’appetito di esperienze e avventure: fiumi, automobili e strade che sono simboli enormi e onnipresenti della cultura americana, e che Springsteen continua a celebrare come totem, monumenti allo spirito di frontiera su cui si è formato il suo paese.

Da Ties that bind a Promised land, da Sherry darling alla title track The River fino a Drive all night, pezzo di ineguagliabile bellezza che racconta di “angeli caduti che ci aspettano giù in strada” e che in questo tour Springsteen interpreta con intensità dolorosa in una lunghissima, strepitosa versione. Ci sono i lavoratori che soffrono di The ghost of Tom Joad, le ragazze di provincia, c’è la terra “di sogni e speranze”, c’è tutta la grande musica americana evocata dalla potenza della E Street Band, che segue il capobanda a memoria, ci sono i classici che non possono non esserci, come Becasuse the night e Jungleland, c’è di nuovo la moglie Patty Scialfa che Springsteen chiama al suo fianco per duettare su Tougher than the rest. Il finale è una sequenza da fuochi d’artificio, Born in Usa seguita da Born to run con le luci che illuminano la vasta platea, così come vuole il Boss. E anche se la voce cala (fatto praticamente inedito nei suoi concerti) la spinta di Ramrod è micidiale.

L’alchimia funziona, come sempre, quelli che sono al centro di Roma, nella conca del Circo Massimo possono dimenticare per qualche ora gli orrori che sono intorno. Springsteen è un potente sciamano, emana forze buone, energie rigeneranti. Quando canta e fa cantare a tutto il pubblico Hungry heart e dice in stentato italiano “tutto bene, tutto bene” è come un magnifico fratello maggiore capace di rassicurare, di dare buoni consigli per vivere. Le canzoni scorrono a lungo, tanti mattoni per costruire una strada che ci porta in cima al mondo, in un paese splendido dove per una volta a vincere sono i buoni. E alla fine, quando intona “Dancing in the Dark“, fa salire sul palco un ragazzino appassionato di percussioni che ha suonato con lui e una donna di età matura che aveva esposto un cartello: “Prima che sia troppo tardi”.

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