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26 ago

Ama, scoprono i falsi malati: vengono cacciati

Chiudere un occhio su furbetti del certificato medico non deve costare molto. Non in Ama. A pagare, in fondo, sono i romani: strade meno pulite e cassonetti stracolmi a fronte della solita tariffa dei rifiuti. Molto più oneroso ingaggiare un’azienda esterna per sanare le mancanze del passato e poi cercare di allontanarla a suon di sanzioni. Finendo in tribunale. Si deve tornare al 10 gennaio per raccontare la storia di Cispi. Quel giorno la società di Napoli si è aggiudicata un bando da 2 milioni di euro. Avrebbe dovuto visitare gli 8.000 dipendenti della municipalizzato dell’ambiente.

Una mission delicata, ma fruttuosa. Forse troppo. Non appena l’azienda ha rimesso al proprio posto il 30 per cento dei lavoratori prima giudicati inidonei, il rapporto con Ama si è rotto. Quei controlli, capaci di stimolare facili mal di pancia tra i dipendenti e, di riflesso, tra alcuni sindacati, sono finiti sub judice. Procura, tribunale civile, persino l’Anac: la caccia dei medici di Cispi ai fannulloni dall’esenzione facile si è chiusa tra penali e un rimpallo di segnalazioni, lettere e missive dai contorni poco chiari.

Vale allora ripartire dall’inizio. Quando i camici bianchi dell’azienda partenopea sbarcano a via Calderon de la Barca, Ama è nel caos. Chiede agli 007 in camice bianco di sbrigarsi. In passato si è già perso troppo tempo. Ma le cartelle cliniche digitali sono più che pasticciate: non contengono referti o esami clinici, ma piani vaccinali sballati. Alcuni sono datati 1910. In centinaia di casi, poi, i giudizi di inidoneità si basano sul nulla. Massimo Colomban, assessore alle Partecipate della giunta Raggi, ne stima 1.800. Oltre il 20 per cento. Ai dipendenti d’altronde fino ad ora è bastata un’autocertificazione (i più accorti si infliggono la pena di presentare un certificato del medico di famiglia) per saltare il turno pomeridiano o quello della seminotte. Per non allontanarsi troppo da casa, lavorando “presso le sedi di zona”. Per evitare di utilizzare pala e scopa. Per rimanere a casa dal lavoro da maggio a settembre. Impossibile individuare il tipo di patologia legata a ogni esenzione per i medici della società partenopea.

Cispi, che negli anni ha fatto miracoli tra i furbetti di Atac, avverte i dirigenti Ama via mail certificata, mettendoli di fronte alle proprie responsabilità: “Tali prescrizioni sono molto frequenti e rappresentano una fortissima criticità per l’azienda, che in tal modo viene esposta a un considerevolissimo danno”. Anche perché il sistema informatico – quando funziona – non prevede mezze misure: o si è abili o inabili al lavoro. Non esistono sfumature come, ad esempio, l’obbligo di indossare una mascherina per i dipendenti allergici. In più c’è la piaga degli impiegati-fantasma: 50 sui 322 dei dipendenti convocati per essere visitati tra l’11 e il 26 aprile non si sono presentati all’appuntamento.

Insomma, la situazione è grave. Costellata di quelle che Cispi definisce “stranezze”. L’azienda chiede accesso agli archivi cartacei. Ma Ama risponde che non ha il personale nemmeno per trovare e trasferire 25 cartelle al giorno custodite alla Montagnola. Ed è qui che il rapporto si guasta. Prima Remo Cioce, funzionario e sindacalista Ugl, dà ragione ai medici. Scrive anche a Maurizio Pucci, dirigente responsabile del procedimento ed ex assessore ai Lavori pubblici della giunta Marino. “Diamo un segnale di discontinuità con il passato”, ordina Cioce ai suoi. Il messaggio evidentemente non viene recepito.

Di giorno in giorno, si legge nella denuncia di Cispi, Ama si mostra sempre più “insofferente “. Come spiega la società appaltatrice nell’esposto, nel giro di 20 giorni, dal 9 al 28 giugno, la municipalizzata sanziona due volte la controparte. Dopo aver chiesto di lavorare in velocità, senza però aver ancora insegnato ai medici della ditta esterna a utilizzare il sistema delle cartelle mediche digitali, Ama chiede 433mila euro per il ritardo nell’inserimento dei dati sanitari dei dipendenti già

visitati. Una sanzione che stupisce e che peraltro va oltre il tetto massimo del 10 per cento fissato per legge. Cispi scrive al dg Stefano Bina e all’ad Lorenzo Bagnacani. Ma non c’è nulla da fare: il 12 luglio Ama chiede la rescissione del contratto. La risoluzione arriva il 17 luglio. A distanza di 24 ore riparte il balletto dei certificati: in sette hanno già presentato ricorso alla Asl. Vogliono di nuovo la loro inidoneità al lavoro. Riportando Ama al 1910.

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