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15 lug

Amelio per i migranti: “E’ la politica ora che deve agire”

Lamerica era quella sognata dai nostri nonni e bisnonni che prendevano il transatlantico e attraversavano l’Oceano, era l’Italia a cui guardavano i giovani albanesi negli anni Novanta, è l’Europa di oggi punto di approdo della disperazione di tanti migranti che faticosamente arrivano, se arrivano, nel nostro paese, con la speranza di andare a Nord. Lamerica è il titolo del film di Gianni Amelio che martedì 19 sarà proiettato in occasione dell’iniziativa che prenderà il via alle 18 in via Cupa a Roma (nella zona della stazione Tiburtina), sede del centro di accoglienza Baobab Experience, teatro nei mesi scorsi di una grande opertazione di solidarietà nei confronti di migranti ma poi sgomberato. Ora è un tendopoli, e lì il mondo del cinema si riunirà per sostenere migranti e volontari del Baobab: un grido di aiuto alle istituzioni perché si possa trovare uno spazio dignitoso dove accogliere queste persone in transito. Una battaglia per i diritti che ha avuto una straordinaria adesione, sottoscritta da registi e attori hanno da Bernardo Bertolucci a Claudio Santamaria, da Alba Rohrwacher a Francesca Comencini, da Marco Bellocchio a Valerio Mastandrea. Molti saranno là martedì sera.

Nel 2015, secondo le stime dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 65,3 milioni di persone sono state costrette a fuggire dai loro paesi a causa di conflitti e persecuzioni, si tratta di una persona su 113 nel mondo, ventiquattro ogni minuto. Di questi milioni che hanno raggiunto l’Europa, circa 400 persone al giorno transitano a via Cupa. Lì gli attivisti e i volontari del Baobab Experience dal giugno del 2015 tentano di fornire una prima assistenza a uomini, donne, famiglie con bambini che dormono per strada in una sorta di tendopoli a cielo aperto, dove le tende non sono mai sufficienti.



Gianni Amelio perché ha scelto di sottoscrivere questo appello e dare il suo film per la proiezione?

“Non sono stato io a scegliere Lamerica e neppure che si proiettasse un mio film. Io ho semplicemente sostenuto la causa dei migranti e il tentativo di svegliare le autorità, da parte nostra che facciamo un mestiere privilegiato come il cinema, per una causa giusta e improrogabile. La strada dove ci incontreremo ha un nome che è già un programma, via Cupa, io la conosco bene, ci sono passato tante volte ma sempre con il privilegio poi di potermene tornare a casa. Queste persone non hanno più casa: sono partite lasciando le proprie radici, la loro casa che non era più abitabile e qua si trovano a vivere senza un tetto sulla testa. Ci voltiamo dall’altra parte con troppa facilità perché ci si abitua presto al male. Io partecipo insieme ad altri, che fanno il mio stesso mestiere, per sensibilizzare l’opinione pubblica ma soprattutto le autorità preposte a fare qualcosa”.

‘Lamerica’ è del 1994, in che misura quel film è ancora attuale?

“Quando l’ho fatto pensavo che sarebbe stato l’ultimo film su quell’argomento. E invece è stato il primo di una nuova lunghissima serie. Il film purtroppo è ancora attuale anche perché Lamerica non raccontava l’esodo degli albanesi verso l’Italia ma il problema dell’emigrazione nel suo complesso. Gli albanesi poi sono arrivati in Italia attraversando una fetta di mare molto più breve e più sicuro: si arrivava in nave, non su uno scafo. Le navi erano sovraccariche ma sempre navi erano: nessuno in quelle due traversate, quella che ha portato gli albanesi a Bari e quella che li ha portati a Brindisi, è morto. Ci sembrava disumano il trattamento, rinchiusi nello stadio, gli si buttava il pane dall’alto come agli animali, lavati con delle pompe, oggi è molto peggio e la sensazione è che ci si stia facendo l’abitudine”.

Il tema dell’emigrazione le è caro anche per motivi biografici?

“Certo è emigrato mio nonno, mio padre, mio zio: tutti emigrati oltre Oceano. Con qualche problema certo ma nei racconti di mio padre non c’erano le difficoltà, il dolore che stanno sopportando i migranti di oggi che scappano dalle guerre. Noi scappavamo dalla miseria, dalla mancanza di lavoro ma c’era quel minimo di sicurezza che poteva assicurarti un viaggio “normale”, non quello raffazzonato da uno scafista che pretende i soldi prima perché se muori non possa perdere niente. Queste persone che dormono per terra e aspettano la carità organizzata dalle associazioni sono l’immagine della sconfitta e questa sconfitta è da mettere insieme alle altre tragedie. Non è solo la morte fisica che ci deve far indignare e arrabbiare ma anche il veder morire qualcuno, giorno dopo giorno. Per cui qualcosa va fatta anche se è solo una goccia nell’oceano”.

Che effetto farà ai migranti vedere il suo film?

“A questa cosa non ci posso pensare. Io avrei voluto essere un autore di film molto allegri e che per quella serata portare una commedia, qualcosa che per due ore li facesse sorridere. Non so che effetto possa fare loro un film dove possono specchiarsi, sotto altre forme, i loro stessi problemi. Nel mio film c’è in qualche modo un lieto fine: sia il vecchio, che immagina di arrivare a Nuova York, che i giovani albanesi, che sanno di arrivare in Puglia, sanno di arrivare alla loro America, il loro paradiso. Ormai non c’è più neppure quell’illusione: l’Europa per loro non è l’America, assolutamente, l’Europa è oggi un insieme di nazioni molto divise fra loro per quello che significa il concetto di accoglienza”.

Dell’Albania degli anni Novanta, di quella lavorazione che ricordi porta?

“Fu una lavorazione difficile perché l’Albania era un paese allo stremo, senza possibilità di aiutarti a fare un film. La cosa positiva fu che riuscimmo noi ad aiutare molti albanesi, a guadagnarsi la giornata come comparse o come operai sul set. Al film hanno partecipato quasi ventimila persone e io insistetti perché la paga fosse buona”.

E poi ha un motivo personale che le rende questo film così importante

“In Albania è successa sicuramente la cosa più importante della mia vita. Io ho adottato mio figlio in Albania e poi ho fatto venire a Roma tutta la sua famiglia perchè non fosse solo un figlio adottivo ma avesse i suoi genitori naturali con sé. Siamo una famiglia grande, molto unita, piena di bambini. Tra mio figlio e il fratello di mio figlio ho sei nipotini, e quando nelle grandi occasioni ci mettiamo a tavola tutti insieme siamo tanti, veramente tanti. E io essendo stato per tanti anni figlio unico, in quando figlio di padre emigrato, sono felice di essermi portato l’Albania dentro casa”.

Il cinema cosa può fare per l’accoglienza?

“Io ho fatto qualcosa di personale e privato ma certo non posso dire a tutti quelli che fanno il mio lavoro o anche ad altri: adottate una famiglia di albanesi, o una famiglia siriana. È chiaro che il problema è politico e noi vogliamo sottolineare con questa serata la necessità che sia la politica ad occuparsene. L’iniziativa personale va bene ma è la politica che deve prendersi carico sul serio di un problema complesso, che però va affrontato”.

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