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8 mar

Ballerine in rivolta all’Opera di Roma: “In pensione a 47 anni è discriminazione”

Con “immediata trasmissione” degli atti, sono stati inoltrati dalla Cassazione, alla Corte Ue di Lussemburgo, i ricorsi di alcune ballerine del Teatro dell’Opera di Roma – Manuela, Isabella, Maria e Loredana – che si sentono discriminate dalla legge che le manda in pensione a 47 anni mentre la stessa normativa consente ai colleghi uomini di rimanere in servizio, sul palcoscenico del ‘Costanzi’, fino a 52 anni.

Secondo la Suprema Corte, le norme in questione – la legge di riordino dei lavoratori dello spettacolo del 2010 – sono sospettate di violare il principio comunitario di “non discriminazione in base al sesso”. Per questo serve l’intervento del giudice europeo che è competente a pronunciarsi, oltre che sull’interpretazione dei trattati, anche sulla validità e l’interpretazione degli atti compiuti dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione. Dunque anche sulle leggi dei singoli Stati, comprese quelle che rottamano precocemente le artiste che danzano sulle punte e non vogliono appendere le scarpette al chiodo. Almeno non prima dei maschi.

Senza successo, la Fondazione del Teatro dell’Opera di Roma aveva chiesto ai supremi giudici di dichiarare l’inammissibilità del reclamo delle lavoratrici e di confermare la decisione con la quale la Corte di Appello della Capitale, nel 2015, aveva detto ‘sì’ al loro pensionamento al compimento dei 47 anni “per raggiungimento dei limiti di età”. La Cassazione non ha perso tempo a valutare le ragioni della Fondazione perché il ricorso dei legali del ‘Costanzi’ mancava di “specificità” e l’Alta Corte non ha potuto esercitare “alcun controllo”.

Ad avviso dei supremi giudici, la legge 64 del 2010, anche se ispirata dall’obiettivo di introdurre “modalità graduali di accesso alla nuova età pensionabile” – fissata a 45 anni per uomini e donne – avrebbe finito con determinare delle discriminazioni di genere, ai danni di ballerine e coriste, in contrasto con le direttive europee in tema di pari opportunità di impiego e retribuzione, consentendo, per i due anni successivi alla sua entrata in vigore, a chi aveva compiuto 45 anni, di continuare a rimanere in servizio fino a 47 anni le donne, e fino a 52 anni gli uomini.

Secondo gli ‘ermellini’, inoltre, la legge 64 del 2010 non contiene “alcuna esplicita ragione rilevante” in grado di derogare alle norme comunitarie sulla parificazione tra uomo e donna. Per queste ragioni, la Sezione lavoro – con ordinanza 6101 depositata oggi – ha sollevato presso la Corte di Lussemburgo la questione pregiudiziale “sull’interpretazione del principio di non discriminazione in base al sesso” della legge che penalizza la vita professionale delle ballerine e delle artiste teatrali.

In attesa della decisione

della Corte di giustizia europea, la causa è stata sospesa. L’ordinanza è stata scritta dalla consigliera Matilde Lorito, il collegio degli ‘ermellini’ era presieduto da Giuseppe Napoletano. Anche la Procura della Suprema Corte, rappresentata da Paola Mastroberardino, aveva chiesto l’accoglimento del ricorso delle ballerine – nate tutte negli anni ’60, tra il 1963 e il 1967 – che sono state difese dagli avvocati Pio Cento, Antonio Pileggi e Maurizio Marazza.

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