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3 giu

Basket in carrozzina, il campione Gilardi: “Il Comune salvi la squadra del Santa Lucia”

“Lo sport dà una possibilità di riscatto a tutti. Non deve essere negato a nessuno, altrimenti il futuro sarà sempre più buio per tutti”. Non usa tanti giri di parole il campione di basket Enrico Gilardi, stella dell’albo d’oro degli anni ‘80 della squadra capitolina del Banco di Roma (oggi Virtus), per dire che “la squadra di pallacanestro in carrozzina del Santa Lucia deve continuare a poter giocare, senza se e senza me”.

La Fondazione dell’omonimo nosocomio specializzato nella riabilitazione dei disabili motori e neurologici abbia deciso nei giorni scorsi di chiudere la prima squadra (vincitrice nel 2015 dello scudetto in Serie A) e dei team minori, ma proseguono gli appelli di personaggi dello sport (come il campione di basket Valerio Bianchini) e dello spettacolo, tra cui tra cui il conduttore Flavio Insinna, per mantenere in vita una realtà che ha anche un forte risvolto sociale. L’ospedale naviga a vista, da anni, in una situazione finanziaria che ha più volte fatto pensare a una chiusura. La Regione Lazio ogni anno sostiene la Fondazione con 50 milioni di euro da utilizzare anche per la riabilitazione dei pazienti. Ma i soldi non bastano e così la Fondazione ha deciso di convogliare il denaro soprattutto sulla struttura ospedaliera arrivando alla scelta di “non iscrivere la squadra di basket in carrozzina al campionato di Serie A 2016”.

Gilardi, lei in passato è stato responsabile dei settori agonistici maschili e femminili del comitato regionale della Fip-Federazione italiana pallacanestro. Conosce il mondo dei giovani e l’importanza dello sport nella loro vita. Si aspettava che il team del Santa Lucia potesse un giorno non esistere più?

“È una decisione che veramente mi lascia perplesso. Per non dire amareggiato. Al di là dell’aspetto agonistico del basket, la squadra degli atleti disabili rappresenta valori sociali, di integrazione, rispetto e riscatto che non possono essere calpestati per qualche euro. Per i normodotati lo sport è qualcosa di unico, una vittoria o una sconfitta insegnano più di quanto si possa imparare durante una vita intera. Per i giovani disabili che cercano nuova motivazione lo sport è molto di più. È tutto, insieme alla famiglia, agli amici. Non si può chiudere uno spogliatoio e tagliare le reti dei canestri. SI deve lottare per andare avanti, per continuare a giocare. Il Santa Lucia basket in carrozzina deve restare una realtà”.

Ha mai assistito a una partita della prima squadra o dei team minori della sezione sport dell’ospedale?

“Quando mi occupavo delle squadre giovanili al campo del Tre Fontane, un po’ di anni fa, una parte della struttura era destinata agli allenamenti e alle partite del Santa Lucia basket in carrozzina. Ho visto quei giovani sudare e combattere, ridere e piangere, litigare con l’allenatore e abbracciarsi dopo un tiro libero. Li ho visti ribaltarsi con la sedia a rotelle nel tentativo di placcare un avversario o durante la contesa. Lottare con le unghie e con i denti per un risultato. Ecco, è questo che dobbiamo ricordare quando diciamo che chiude la squadra del Santa Lucia”.



Le pre-iscrizioni al campionato di Serie A del basket in carrozzina sono a luglio. C’è ancora margine di tempo per intervenire e garantire un futuro al team? Chi dovrebbe intervenire, sponsor privati o gli amministratori locali e regionali?


“La volontà non ha mai fermato nessuno. Se

si agisce subito si possono avere dei buoni risultati. Penso ad esempio al nuovo sindaco che uscirà dal voto delle elezioni: il primo impegno potrebbe essere la battaglia per salvare la squadra. Il Comune potrebbe sostenere gli atleti stimolando le sponsorizzazioni private. Lo sport e la possibilità di vivere e gioire non devono essere negati a nessuno. Chiunque ha la possibilità di reperire fondi per il basket in carrozzina del Santa Lucia deve farlo”.

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