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15 giu

Basket in carrozzina Santa Lucia, il capitano Cavagnini: “Serve un sponsor e noi giocatori rileveremo la squadra”

“Abbiamo avuto un incontro con il presidente della Fondazione e si è detto disponibile a lasciarci la società. Noi, come giocatori, vogliamo tenere in vita la squadra”. È determinato Matteo Cavagnini, capitano del team di basket in carrozzina del Santa Lucia. Nato a Brescia, il campione 42enne nel 2008 si è trasferito a Roma per entrare a far parte del gruppo pallacanestro dell’ospedale specializzato in cura, ricerca e riabilitazione di pazienti con disabilità motoria e neurologica. Una squadra creata nel 1960 e che è arrivata ai vertici dei campionati italiani ed europei, vincendo l’ultimo scudetto in Serie A nel 2015. Ma il presidente della Fondazione Santa Lucia, Luigi Amadio, ha deciso di chiudere il team, invitando gli atleti a “rimboccarsi le maniche”.

Cavagnini, da parte della Fondazione non ci sono soluzioni per continuare. Voi giocatori cosa intendete fare?

“I miei compagni ed io non ci arrenderemo. Il presidente Amadio si è mostrato disponibile ad aiutarci, anche se non economicamente. Vorremmo tenere il nome, il marchio della squadra e poi ci serve una palestra. Stiamo cercando sponsor, ogni giorno facciamo mille telefonate per capire come andare avanti. Per iscriverci al campionato di Serie A c’è tempo fino a luglio. La volontà per riuscirci non manca, speriamo solo che qualcuno ci sostenga finanziariamente”.

Lei gioca a basket dal 1989. Ha militato in varie società e poi ha deciso di dare una svolta alla sua vita e venire a Roma per diventare parte della squadra del Santa Lucia. Perché?

“Chi pratica il basket in carrozzina sa quanto sia importante la realtà del team romano. Essere chiamato dal Santa Lucia è stato un onore, nella sua lunga storia ha sempre esaltato gli atleti migliori. Non a caso, molti, tra cui io, sono stati chiamati a far parte della Nazionale”.

Se davvero non ci fosse una soluzione per salvare la squadra, lei e gli altri cinque giocatori che vestono la maglia azzurra rischiereste di non essere più convocati?

“Un atleta ha bisogno di giocare con continuità e per vestire la maglia azzurra bisogna anche confrontarsi con giocatori di un certo livello. Se non trovassimo un team di Serie A in cui proseguire tutto sarebbe più difficile”.

Sui social network e nelle lettere-appello dei genitori dei giovani disabili che hanno giocato nel Santa Lucia c’è chi sostiene che la squadra non sia solo una realtà sportiva, ma un vero e proprio modello. È d’accordo?

“Sì, è qualcosa a cui ci si aggrappa quando ormai si è senza speranze. Per entrare a far parte di quella realtà, per scendere in campo, bisogna dimostrare di essere all’altezza. Il Santa Lucia insegna a credere in se stessi, a sentirsi

vincenti. I dodici giocatori che compongono la prima squadra hanno disabilità di ogni tipo. Io, ad esempio, a 14 anni ho subito l’amputazione di una gamba dopo un incidente stradale. Tra i miei compagni ci sono campioni affetti da spina bifida, paraplegici, casi molti gravi. Ma sul campo nessuno di noi è diverso. Siamo i protagonisti, il pubblico ci guarda con ammirazione, non come malati. Sport, disciplina, impegno, risate, regole. Ecco come si ritrova la speranza”.

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