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24 feb

Carceri, a Regina Coeli s’impicca alle sbarre un detenuto di 22 anni

ROMA – Un detenuto italiano di 22 anni si è impiccato con un lenzuolo legato alla grata del bagno nel carcere romano di Regina Coeli. E’ il secondo nell’arco di 24 ore: ieri a Bologna un altro detenuto cinquantenne si è tolto la vita nella casa circondariale Dozza. Il detenuto di Regina Coeli si è suicidato ieri sera alle 23 nella seconda sezione del terzo piano dove sono rinchiusi 167 detenuti. A darne notizia, in una nota, Fns Cisl, la Federazione Nazionale per le Sicurezza del Lazio. Il detenuto si trovava in carcere per resistenza, lesione e danneggiamento. Dall’inizio dell’anno ad oggi sono 10 i detenuti che si sono tolti la vita nelle case circondariali e nelle carceri italiane. Diciassette sono i decessi complessivi avvenuti dietro le sbarre. L’anno scorso s’erano verificati 39 suicidi e 110 decessi. Dal 2000 ad oggi le persone che si sono tolte la vita in carcere ammontano a 937.

L’evasione da un ospedale che somiglia a un carcere. In passato era evaso dalla Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), cioè vere e proprie strutture residenziali sanitarie, con l’aspetto inequivocabile del carcere, gestite dal Servizio Sanitario territoriale, in collaborazione con il Ministero della Giustizia. Dopo l’evasione era stato ripreso e ricondotto in carcere. Il personale intervenuto immediatamente non è riuscito a salvarlo. Il carcere di Regina Coeli attualmente ha un sovraffollamento di più 289 detenuti. I detenuti presenti attualmente sono 911 rispetto ai previsti 622.

Cos’è davvero un Rems. Sono strutture previste dalla legge 81, quella cioè che ne aveva stabilito la chiusura per la fine di marzo di due anni fa, assieme ai famigerati OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che in tutto il territorio nazionale sono 23. E quelli che ancora oggi malgrado la legge sono attivi, ospitano all’incirca una settantina di persone. Le residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems, appunto) sono luoghi dove si rischierebbe di finire se un giudice dichiarasse un detenuto incapace di intendere e di volere, sebbene sia stato – ed è ancora – una sorta di ultima ratio, in quanto prima di adottare un provvedimento di restrizione in una struttura semi-sanitaria e semi carceraria, si tende – almeno nella maggior parte dei casi – a prendere in considerazione diverse altre possibilità non detentive.

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