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4 giu

Caso Cucchi, periti chiedono altri 90 giorni. Ma così la prescrizione si avvicina

ROMA – Non sono bastati sette anni di indagini, una messe di perizie di parte e di ufficio, tre processi (e un quarto giudizio di appello di rinvio per il quale l’8 giugno, a Roma, verrà pronunciata la requisitoria della Procura generale), oltre a una nuova istruttoria in corso del pm Giovanni Musarò.

Quando la scienza medica si accosta al corpo offeso e alla morte di Stefano Cucchi, sembra rimanerne incenerita. Farfuglia. E improvvisamente, anche dati clinici obiettivi annegano nella nebbia dell’opinabile. In una parabola kafkiana dove l’accertamento della verità, ogni volta, sembra dover ripartire da zero, per non andare da nessuna parte.

È successo ancora in questi giorni, e protagonista della storia torna ad essere il discusso collegio peritale incaricato nel gennaio scorso dal gip di Roma Elvira Tamburelli di pronunciarsi una volta per tutte sulle cause della morte di Stefano Cucchi. Sull’esistenza o meno di un nesso di causa-effetto tra il suo decesso e le lesioni che gli vennero inflitte durante il pestaggio subito la notte del suo arresto da quattro carabinieri (oggi indagati).

E’ accaduto infatti che dopo un primo significativo incidente con le parti civili, il capo del collegio peritale, il professor Francesco Introna, clinico barese, ex massone, uomo di destra con un passato in Alleanza Nazionale (la famiglia Cucchi, dopo aver inutilmente tentato di farlo dichiarare “incompatibile” subito dopo la nomina, lo ha denunciato alla Procura di Roma) abbia deciso di scrivere al gip per sostenere che la perizia di cui è stato incaricato ormai quasi sei mesi fa brancola nel buio.

Che servono almeno altri tre mesi per venire a capo della questione. “Illustrissimo Consigliere – scrive Introna – anche a nome dei co-periti, prof. Dammacco, Andreula e D’Angelo, Le chiedo una proroga di 90 giorni della scadenza dei termini di consegna per il deposito della relazione peritale in quanto, a tutt’oggi, in considerazione di quanto emerso dalle operazioni peritali effettuate, non disponiamo ancora di tutta la documentazione necessaria per poter rispondere ai quesiti della Signoria Vostra Illustrissima nel procedimento in oggetto. Scusandomi per il fastidio e sicuro della sua comprensione”.

“Non disponiamo ancora di tutta la documentazione, dunque. Possibile? Cosa mancherebbe in quel già mastodontico fascicolo che per giunta, a distanza di sette anni, sotto il profilo medico legale, non ha più nulla di cui potersi arricchire? La risposta del gip Elvira Tamburelli, datata 3 giugno, è tanto stringata quanto severa. Riduce da 90 a 30 i giorni di proroga. Annuncia di voler verificare cosa si muova in questa ennesima nebbia. “Il gip – si legge – autorizza la proroga delle attività di accertamento medico-legale in giorni 30. Si riserva all’udienza camerale prossima del 9 giugno la fissazione del prosieguo dei lavori con l’esame dei periti”.

In quella sede, dunque, Introna e il collegio dei periti saranno chiamati a spiegare cosa gli impedisca di concludere scientificamente lì dove i consulenti di parte (parti civili e indagati) si sono già espressi a metà maggio. Se davvero sia un arcano della scienza medica e non, al contrario, una esiziale resa dei conti tra periti, l’accertamento della frattura della terza vertebra lombare di Stefano Cucchi (quella lesa durante il pestaggio e che ne avrebbe compromesso il quadro clinico fino a farlo precipitare).

In quella sede, soprattutto, sarà possibile comprendere se l’ultimo tentativo di arrivare alle responsabilità degli autori del pestaggio di Cucchi dovrà rassegnarsi all’inesorabile trascorrere del tempo e dunque al rischio della prescrizione. Ai carabinieri indagati dalla Procura vengono infatti contestate le lesioni gravi, reato con un termine di prescrizione breve e per il cui accertamento quest’ultima perizia è decisiva.

Nel gennaio scorso, quando la perizia venne conferita, l’intenzione della Procura di Roma era andare a processo entro l’anno. La richiesta di rinvio di Introna rischia di far perdere altri mesi decisivi. Soprattutto di consegnare all’oblio una vicenda di cristallina linearità che la scienza medica

è riuscita a trasformare in un arcano per addetti. Quello contro cui, in Corte di Cassazione, ebbe il coraggio di non rassegnarsi il sostituto procuratore generale Nello Rossi che, nel chiedere un nuovo processo per i medici dell’Ospedale Pertini (quello nel cui reparto “protetto” Cucchi morì nell’ottobre 2009), spiegò come la giustizia, nel ventunesimo secolo, non possa rassegnarsi a dichiarare ignote le cause di una morte come quella di Stefano Cucchi.

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