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8 mag

Comunali a Roma, autogol di Fassina: la caccia ai voti Sel preoccupa Meloni

Il vertice notturno al comitato elettorale del “grande escluso”, nel cuore di una Torpignattara spettrale alla luce dei lampioni, somiglia più a un funerale che a una messa di resurrezione. Facce scure, candidati in gramaglie per un’esclusione giudicata ingiusta, rabbia che trasuda “senno di poi” da parte di chi “l’avevo detto io, che quelli non erano capaci”. Ovvero il nuovo gruppo dirigente che si è coagulato intorno a Stefano Fassina, scalzando la vecchia guardia di Sel, per lo più composta da amministratori esperti. Soprattutto nella presentazione delle liste.

Eppure non era questo lo spirito con cui l’ex viceministro dem aveva convocato i suoi: l’intento era serrare le fila, dire alle centinaia di aspiranti consiglieri che non tutto è perduto, “la campagna elettorale continua, ventre a terra, faremo ricorso al Tar e lo vinceremo: la vicepresidente del V municipio che ha autenticato 500 firme, quelle senza data e contestate, è stata nominata meno di 180 giorni fa, il termine previsto dalla legge per raccogliere le sottoscrizioni”.

Ma pochi ci credono, ormai. Quella che doveva essere la madre di tutte le battaglie, la prova dell’esistenza in vita di una sinistra che può fare a meno del Pd renziano, da cui far sbocciare la nuova Cosa rossa nazionale coltivata nel grembo capitolino, sembra finita ancora prima di cominciare. “Siamo fuori Stefano, dobbiamo iniziare a pensare al dopo, a cosa faremo se il ricorso dovesse essere respinto”, ragionano i più realisti. Consapevoli che se tutto alla fine dovesse andare male, la scissione sarà inevitabile. Col rischio che Si non veda mai la luce. O nasca monca.

Una tristezza inconsolabile. Che al quartier generale di Roberto Giachetti vira in cauta euforia. La parola d’ordine è: silenzio. Almeno finché la questione non sarà chiusa. Ma i fedelissimi del candidato Pd fanno fatica a trattenere l’entusiasmo. Ufficialmente dispiaciuti perché “la competizione perde un avversario importante, una voce autorevole si spegne per ragioni burocratiche”, scolpisce Luciano Nobili. Ma in tanti sono già al lavoro per capire come intercettare i flussi in uscita. Che, si calcola, “in parte andranno alla Raggi, in parte a noi, in parte al non voto. Il Pd, perciò, ha solo da guadagnare dall’esclusione di Si”. La quale incassa però la “solidarietà e vicinanza” di Marco Miccoli.

Più simile all’umor nero fassiniano, il clima al comitato Meloni. “Questa proprio non ci voleva”, riflettono ad alta voce i dirigenti di FdI, pure loro chiamati alla consegna del silenzio finché il caso non sarà risolto. In un modo o nell’altro. Tifando, ovviamente, per la riammissione dello sfidante a sinistra del Pd. “Altrimenti, con Giorgia sopra di un soffio, Giachetti ha più margini di

recupero in vista del ballottaggio, che si deciderà per uno o due punti, proprio quelli che potrebbero arrivare da sinistra”. Perciò da oggi si riprenderà con i monitoraggi dei flussi elettorali. Con Marchini che già si frega le mani: “Di sicuro questa defaillance non aiuterà la Meloni”, esultano i supporter del civico convertito al berlusconismo. Un terremoto, da qualunque parte la si veda. In grado di ipotecare il passaggio al secondo turno.

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