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25 mag

Fuga da Roma, via tv e call center: adesso trema la farmaceutica. Dilaga il lavoro nero

E adesso il pericolo più grande è il contagio. L’ultimo addio annunciato della redazione del Tg5, con i suoi 50 giornalisti e 90 tecnici, non spiana solo la strada alla smobilitazione in forza di tutto il comparto news di Mediaset, ma va ad ingrossare quel piombo di pregiudizi e opportunismo che tira le aziende lontano da una Capitale caotica e mal gestita e le guida verso il porto sicuro di una Milano efficiente e amica.

Sul nastro trasportatore che da qualche mese rulla giorno e notte in direzione della “capitale morale” sono saliti in tanti. Forse in troppi. Ha cominciato Sky, annunciando lo spostamento nel capoluogo lombardo di circa 300 persone, ed è stata seguita da molti altri. Alcuni con le valige in mano, altri, come la stessa Eni (il colosso di Stato e prima azienda italiana) in fase di analisi e di studio.

Certo, la manualistica dei luoghi comuni non aiuta (a Milano si costruisce il Bosco Verticale, a Roma non si riesce a tenere pulita Villa Chigi; a Milano viene completata la Torre Unicredit, il grattacielo più alto d’Italia, a Roma si azzerano con un tratto di penna le Torri dello Stadio; a Milano si passeggia a piazza Gae Aulenti, a Roma sui marciapiedi fuori-taglia della Nuvola di Fuksas), ma nessuno sembra veramente intenzionato a sollevare un argine per frenare la crisi della capitale.

Da qui la teoria più coraggiosa secondo la quale questo contagio avrebbe un untore, un burattinaio silenzioso che lascia affondare la città eterna, permettendo che il business, ma anche la politica, si facciano altrove. Lo ammette senza pudore un noto industriale romano. “È evidente che nessuno vuole salvare questa città – spiega – e che tutti, politici compresi, tirino la volata a Milano. Un atteggiamento decifrabile anche da come sono stati trattati diversamente due grandi scandali giudiziari: Mafia Capitale e le infiltrazioni mafiose nell’Expo. Il primo è diventato un infamante marchio di fabbrica per Roma, il secondo un’occasione di pulizia e di rilancio per Milano”.

Il problema è all’ordine del giorno tra i capitani d’impresa della Capitale. “Ho parlato con alcuni colleghi – confessa il presidente di una grossa azienda romana a margine di un incontro a porte chiuse organizzato nella sede di Confindustria – e siamo pronti a chiedere l’apertura di un tavolo istituzionale per affrontare questo tema”.

Gli industriali lo sanno: la questione è prima di tutto politica. La pallida performance del sindaco Virginia Raggi, segnata da un immobilismo assoluto sulle partite che contano, è un altro segnale che nel sistema dei vasi comunicanti qualcosa non funziona e sposta lontano le decisioni della politica. Verso Beppe Grillo per il Movimento 5Stelle; e verso Silvio Berlusconi e Matteo Salvini per una destra non solo leghista, ma soprattutto lombarda, che sventola senza fatica la bandiera di Roma ladrona, danzando sulle spoglie di un Pd romano impegnato a far dimenticare quel pezzo di classe dirigente azzerato da Mafia Capitale. I detrattori sono tanti e le armi in mano alla città eterna spuntate.

Mentre infuria la crisi dei call center e di Alitalia, con il rischio di 2mila esuberi, la Cgil calcola che sono circa 11.000 i posti di lavoro a rischio in città, di cui 6.000 nelle imprese di piccole e medie dimensioni. Da qui la paura per il sindacato che la fuga al nord sia solo all’inizio e che potrebbe presto coinvolgere anche il chimico-farmaceutico, storicamente uno dei settori più forti dell’industria laziale.

Una paura condivisa anche dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che in occasione dell’addio di Sky aveva commentato: “Roma purtroppo sta perdendo la propria vitalità e la propria capacità attrattiva. È una crisi di sistema molto grave”. Così, dopo un altro addio scomposto e precipitoso che ricorda alla lontana quell’alba del 9 settembre del 1943 quando re Vittorio Emanuele III fuggì alla chetichella da una città allo sbando, gli argini stanno per crollare. Ma il rischio, stavolta, è

più grave delle apparenze perché in ogni sistema di va- si comunicanti i vuoti si riempiono. E di fronte alla deriva di Roma, sono le mafie che si candidano a colmare il vuoto economico di una città che ancora produce il 10% del pil nazionale. Lo fanno prendendosi il commercio, i servizi, l’edilizia, gli appalti. E lasciando le rovine ai teleobiettivi dei turisti.

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