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28 feb

Il re delle fake news in cattedra alla Sapienza: “Ma non ci ho mai guadagnato, mi interessa l’aspetto educativo”

“Gente che con 3 lauree lavora al McDonald quando io con la terza media faccio lezione alla Sapienza. L’italia è il paese che Amo”. Così il ‘disinformatore’ di fama nazionale Ermes Maiolica presenta ai suoi contatti Facebook la sua partecipazione alla lezione “Informazione, conoscenza e malacomunicazione”, postando una foto che lo ritrae davanti allo storico ateneo romano.

La presenza di Maiolica alla Sapienza è ovviamente dovuta ad uno dei temi più caldi di quest’ultima campagna elettorale, le fake news. Insieme a lui Valentina Tosi, capo delle Community relations di Quora, piattaforma statunitense nata per condividere e reperire informazioni valide in maniera organica. Un luogo virtuale da 200 milioni di visitatori unici mensili, dove ogni utente può mettere le proprie conoscenze specifiche a disposizione della comunità.

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Due approcci molto diversi alla malacomunicazione, attraverso i quali gli studenti del corso di Comunicazione per il management d’impresa, tenuto dal dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza, hanno potuto costruire la propria opinione sul fenomeno e soprattutto imparare a difendersi dalle fake news. Da un lato la meraviglia moderna delle informazioni “affidabili” che possiamo reperire rapidamente su internet, dall’altro come si muove chi studia le tecniche per trarre in inganno la massa sui social network.

“Ho chiamato Maiolica perché, come la Bocca di Rosa cantata da De Andrè, a differenza di altri non lo fa per denaro ma per passione”. Il professor Marco Stancati ha introdotti in questo modo il troll (utente online che diffonde informazioni false per prendere il giro e creare il caos, ndr) agli studenti.

Il re delle fake news in cattedra alla Sapienza: "Ma non ci ho mai guadagnato, mi interessa l'aspetto educativo"
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Operaio in fabbrica a Narni, un passato da punkabbestia con la passione per il complottismo, Maiolica non vuole essere chiamato bufalaro: “In Italia usiamo il termine bufala, perché tendiamo a ridicolizzare tutto. Io sono un hoaxer, da hoax, beffa in inglese. Non sono un operaio che vende mozzarelle”.

Dopo una vita passata nella convinzione del rifiuto per l’informatica e la tecnologia approccia ad internet grazie alla passione per la controinformazione: “Dopo un po’ di tempo che frequentavo questi siti mi capitava di commentare le notizie dicendo che erano palesemente false, ma nessuno mi ascoltava. Allora ho deciso di fargli uno scherzo”. Lo schema è semplice e rodato, inventare frasi pruriginose da affiancare alle foto dei volti più odiati dal popolo della rete, postare le foto nei gruppi dove creeranno più indignazione e la viralità è servita.

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Un meccanismo che abbiamo visto all’opera mille volte, anche in questa campagna elettorale. Lo scorso hanno ad esempio ha fatto scalpore quella di Boldrini ai funerali di Riina, che ovviamente non erano le esequie del capo dei capi. Ma questo certo non fermò la rete.

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“E’ sufficiente colpire il nervo scoperto delle persone. Dopo aver messo in circolazione queste immagini spesso mi è capitato di trovarle riutilizzate dagli stessi siti di controinformazione su cui mi informavo, complete di articoli e spiegazioni ancora più inventate”.

Solamente gli scrosci di applausi e le risate hanno interrotto il silenzio con cui gli studenti universitari seguono la lezione del ‘troll con la terza media’. Non solo politica ma anche false morti dei vip, automobili e iphone regalati su Facebook, un coccodrillo nel fiume Nera che ha catturato l’attenzione dei cittadini ternani per mesi.

L’argomento fake news affascina e diverte la platea, a dimostrazione che l’educazione sul tema delle notizie false non è solamente necessaria ma anche richiesta. I ragazzi domandano come si fa a diventare virali, se è necessario essere un influencer per raggiungere grandi numeri: “Per raggiungere la viralità non bisogna puntare sul proprio personaggio, ma sull’idea che colpisca l’utente. Anzi, meno ti conoscono gli utenti e più la bufala riesce, soprattutto sui siti di controinformazione dove si tende a cercare la spettacolarità. Alcune delle foto hanno raggiunto oltre 100.000 condivisioni dopo essere state postate su pagine appena create che avevano un solo follower”.

Non mancano ovviamente le domande sugli introiti economici: “Non ho mai messo banner sui siti dove appoggiavo le mie bufale. Se avessi guadagnato anche un centesimo non avrei potuto rivendicarne l’aspetto educativo, che era quello che mi interessava veramente”. Poi avverte gli studenti: “Non vi fate venire in mente di fare i bufalari, ho fatto un rapido calcolo: se passasse la proposta di legge Gambaro (il ddl contro le fake news) che prevede due anni di reclusione per aver diffuso una bufala, dovrei scontare 780 anni di carcere”.

Anche studenti di giornalismo arrivati da altri atenei sono interventui e hanno chiesto come sia possibile combattere le fake news, se anche a chi studia la verifica delle fonti capita di cadere in uno dei suoi tranelli: “Tutti noi abbiamo dei pregiudizi cognitivi che ci inducono a cadere nelle bufale, sui social viviamo in una bolla, una camera dell’eco che ci porta a considerare alcune cose vere a priori. L’unica soluzione è la collaborazione”.

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Resta solo da sapere a che punto siamo oggi, in Italia, nella lotta alle fake news: “Scherzando ho detto che le bufale vaccineranno il sistema, oppure lo renderanno autistico. Tuttavia il risultato degli ultimi anni 5 anni si vede già oggi. Se ne è parlato molto, e gli utenti hanno imparato a non prendere tutto per buono. Oggi c’è meno creduloneria”. Parola del re delle bufale.

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