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21 mar

Il rogo infinito dei bus nella palude di Roma: così il carrozzone Atac va sempre più a fondo

Fumigano e arrostiscono perché gli autobus di Roma, come i boschi dell’Appennino, più li tratti male e più rendono bene, e perché Roma delenda est, per sfrigolio e autocombustione, la stessa che, in un destino comune, sta bruciacchiando anche il Comune e la giunta Raggi. Non è, insomma, un abbaglio unico e grande come fu l’incendio di Nerone, che per lo meno ebbe un inizio e una fine. E però sono certamente più di diciassette i piccoli fuochi che in un anno stanno rosolando la città, “almeno uno a settimana” mi dice il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, ed è appunto lo stesso abbrustolimento della politica.

E a segnalarli nella mappa di Roma sembrano accampamenti di pastori i falò (senza luna) di tutti questi autobus che improvvisamente surriscaldano, scintillano e muoiono senza neppure divampare.

Ieri ai cronisti l’affollata Ciampino pareva appunto il Campidoglio, il mondo che squaglia e se la squaglia (13 tra assessori e dirigenti) come venerdì scorso a Termini se la squagliò l’autista della linea 170, più velocemente di Marra, perché “non avete idea della rapidità del fuoco in un autobus”. E meno male che un suo collega è arrivato subito con l’estintore da tramviere-pompiere. La scena, davanti alla stazione, pareva un set cinematografico: “Stanno girando un film” commentavano i turisti, anche se non c’erano macchine da presa, proprio come nella partita di tennis di “Blow up” di Antonioni non c’era la pallina.

E invece ieri la potenza della fiammella, la famosa scintilla di Mao, ha messo a soqquadro Ciampino, alle 8 e mezza, un fuoco questa volta vivo che ha ridotto alla scocca un City coursor del 2004, tredici anni di vita, che per gli autobus contano come per i cani o i gatti: vecchio dunque, ma soprattutto mal tenuto. E strombazzavano i clacson e le sirene mentre la gente correva inciampando, e quattro bottiglie e tre lattine, chissà perché, rotolavano, inseguite, come la famosissima carrozzina della scalinata della Corazzata Potemkin. Il viale Kennedy somigliava così alle strade di Tel Aviv o di Damasco, città che vivono in guerra e hanno nemici magari nascosti ma dichiarati, subiscono l’assedio di terroristi guerriglieri.

E invece a Roma cadono gli autobus come ostaggi della mala amministrazione. E, per non far sentire le periferie troppo lontane dal centro, la via dei fuochi è un tracciato – la geografia dei barbari – che collega la popolosa Pineta Sacchetti al distinto Muro Torto. Non sono tutti quartieri di emarginazione. C’è infatti il Lungotevere in Sassia a due passi dal Cupolone. Periferie e semiperiferie sono la circonvallazione Cornelia, viale Baldelli, viale Togliatti e poi via dei Monti Tiburtini; ci sono “cerniere” come la Tangenziale Est, ma c’è anche il cuore dell’Eur; e piazza Vespucci, via Casilina, via Cristoforo Colombo e persino piazza dei Cinquecento dove c’è la statua di Papa Wojtyla… Bruciano gli autobus, bruciano inesorabilmente come in una lenta rappresaglia di quel mal governo che, da Alemanno alla Raggi passando per Marino, svampa Roma, sfrigola la sua dolce vita ardente, arrostisce la sua storia che fu sempre di grandezza, anche nella decadenza più spenta.

E infatti i bus che bruciano in città sono come gli alberi di una pineta che vanno in cenere, sono i fuochi dell’agonia. E speriamo che la grande Roma trovi almeno la penna di qualche formidabile scrittore di trincea, la buona letteratura che sempre surroga la vita delle città che muoiono fra topi e maiali, cinghiali, gabbiani che pescano dentro i cassonetti, carcasse di frigoriferi, strade-gruviera dove le buche riappaiono subito dopo il riempimento, e l’umanità randagia e cenciosa che si rannicchia ormai dovunque ed è una sofferenza e un malumore che ci prende tutti alla gola come negli autobus il fumo dell’incendio. Ci vorrebbero Ernst Jünger – “Fuoco e sangue” – o magari un nuovo Gadda – “Diario di guerra” – o un Ballard trasteverino.

Repubblica ha dedicato molte inchieste all’Atac, indimenticabile è quella di Carlo Bonini e Daniele Autieri che scoprì una fabbrica di biglietti falsi e clonati, una stamperia da banda degli onesti, una truffa che arrivava a 70 milioni di euro l’anno, e non ha ancora il suo colpevole. L’Atac, che a Roma è sorella dell’Ama, è una palude dove si perdono dai 150 ai 70 milioni l’anno, con un debito storico di oltre un miliardo di euro. Insanabile, dunque. Tecnicamente fallita.

È davvero difficile immaginare qualcosa di più mostruoso di questa Atac, che è la più grande azienda di trasporto pubblico d’Europa, 11.562 dipendenti, un incredibile numero di manager brubru che vanno, anche loro, periodicamente a fuoco come i bus. E poi ci sono i subappalti marchettari alla Tpl; le forniture di ricambi, soprattutto delle gomme, ingiustificabili per numero e per cifre di spesa. Gli autisti sono 5874, gli autobus 1955, ne escono 1300 al giorno e ogni giorno 300 si rompono, senza contare quelli “tostati”. Non avendo altri soldi per pezzi di ricambio gli autobus vengono cannibalizzati e per aggiustare un autobus rotto ce ne vogliono altri due.

I signori della palude sono: i grandi fornitori che ottengono profitti fuori mercato; l’azionista unico, che è il Comune di Roma, a partire dalla politica che ne fa un serbatoio di voti; i sindacati che, in una giungla di sigle hanno gestito assunzioni, promozioni e persino le mense.

Questa Roma, che finisce perché è finita la sua amministrazione, è stata scelta dal Papa come città di Dio, e dovunque il mondo ha cercato di replicarla, e tutti ne hanno subito il fascino, benedicendola o maledicendola, e ogni cosa aveva conosciuto e anche subìto, ma nessuno ancora era riuscito a friggerla in questo modo. Le auto bruciate sono infatti paesaggio mafioso o violenza di black bloc, ma gli autobus bruciati sono un nuovo spettacolo, un arredo urbano del tutto originale. Venezia ha le navi di crociera del turismo a San Marco. E Roma ha i fuochi dell’incompetenza o, meglio, della furba competenza dei manutengoli.

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