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3 mag

Le fotografie di Fabiano Parisi e il viaggio nei luoghi dimenticati

Romano, classe 1977, Fabiano Parisi inizia a dedicarsi alla fotografia durante gli studi in psicologia. Da lì parte il suo interesse a documentare quanto accadde negli anni ’70 con la chiusura dei manicomi in Italia: un’indagine su quei luoghi dimenticati, che trae ispirazione proprio da Santa Maria della Pietà (ex manicomio romano), con il suo bellissimo parco ed i diversi padiglioni, alcuni dei quali oggi fanno parte della Asl Roma E. Da lì prende il via il suo viaggio alla scoperta di spazi abbandonati, carichi di memoria, che Parisi ci restituisce attraverso quello che rimane di queste grandi strutture. Scatti che raccontano momenti irripetibili perchè “la maggior parte di quei luoghi cade a pezzi, diventa deposito delle cose più disparate o diviene spazio di bivacco”.

È la ricerca della loro anima, senza l’accento nostalgico di ciò che erano. Un progetto a cui il fotografo continua a lavorare dal 2008 e che racconta in maniera intima l’indagine su un mondo dimenticato, quasi parallelo, surreale. “Il mondo che non vedo” si concentra sull’estetica, sulla misteriosa bellezza delle architetture e sull’assenza della presenza umana, indagando su ciò che rimane di quegli spazi abbandonati. Nessuna denuncia sul degrado o la rovina, quanto il suo profondo interesse nello scovare la bellezza di ciò che rimane per sottoporla ai nostri occhi, lì dove non siamo abituati a vederla. “L’elemento principale nella fotografia, più del fattore tecnico, è vedere subito se la persona ha qualcosa da raccontare”. Partendo dalla prima serie di scatti realizzati nei manicomi italiani, è arrivato ad elaborarne una più ampia. Nel suo lavoro fotografico si scovano infatti fabbriche dismesse, così come case aristocratiche, sale da ballo, chiese, cripte, teatrini, scuole, tutti luoghi di ritrovo sociale e di aggregazione collettiva ora abbandonati, a testimoniare il tramonto di alcuni usi, costumi e tradizioni, propri di un’epoca, quella del Novecento. I tasselli del suo racconto vengono messi insieme da scatti realizzati in tutto il mondo (negli Usa, in Polonia, in Inghilterra, in Belgio, in Germania e, naturalmente, in Italia).

Eppure in questa storia “non sono importanti il dove e il quando, ma la perdita delle coordinate di luoghi ai confini del surreale”. Storie che Parisi insegue “rimanendo sempre stupito ed affascinato” e che documenta anche attraverso altre serie di fotografie: raccontando sempre le architetture e le città attraverso “il senso magico e simbolico del contrasto tra luce ed ombra” che immerge quei luoghi, cambiando anche la percezione e il senso del tempo, che sembra essersi fermato”. Inquadratura frontale e stessa ricerca della luce in ogni foto. Come in “Big Time”, altro progetto al quale Parisi sta lavorando negli ultimi due anni e che vuole ricreare l’atmosfera incontrata nei luoghi abbandonati de “Il mondo che non vedo”. Vivendo in una città caotica come Roma, “riuscire ad avere delle inquadrature in cui non c’è niente e nessuno intorno è come ritrovarsi in vacanza”. La serie, scattata soprattutto a New York con tempi di esposizione lunghi durante il giorno, arrestando il movimento di persone e di traffico, rappresenta l’istante prima che la “vita” si svolga.

Tutto quello che è in movimento scompare, focalizzando l’inquadratura su una figura femminile vestita di rosso al centro dell’immagine. “Big Time” è intesa “come la

sequenza cinematografica dei ricordi di una donna, un sogno, un diario. La figura in rosso è il narratore di una storia a più livelli per la corsa del mondo contemporaneo, attorno a cui tutto ruota”. Vincitore assoluto a New York, nel 2010, del Celeste Prize International nella categoria fotografia, Parisi è finalista nel 2012 e nel 2014 al Young Masters Art Prize a Londra e vincitore di un riconoscimento speciale al Premio Arte Laguna 11.12.

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