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8 mar

Leone, il pugile che il Duce censurò: campione italiano dalla pelle nera

Si intitola Il pugile del Duce e sebbene sia un documentario racconta una vicenda incredibile, con protagonista una sorta di autarchico Zelig. A realizzare il film (nelle sale il 21 marzo per la Giornata mondiale contro il razzismo), con materiali dello sterminato archivio del Luce, che ne è il produttore, è stato Tony Saccucci, regista e professore di storia e filosofia al Liceo Mamiani. Scopo far conoscere una vicenda epica e sempre attualissima, perché con il razzismo dobbiamo ancora fare i conti.

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Partendo dal libro Nero de Roma di Mauro Valeri, si narrano le vicissitudini di Leone Jacovacci, romano dalla pelle scura, figlio di Umberto, un agronomo emigrato in Congo in cerca di fortuna alla fine dell’Ottocento, e di Zibu Mabeta, la figlia di un capo tribù. Nel 1905, Umberto Jacovacci tornò a Roma, portando con sé il figlio Leone di tre anni, che non rivide mai più né la madre, né l’Africa.

Affidato ad una zia, spedito in collegio, protagonista di un’adolescenza turbolenta – e come sarebbe poteva essere altrimenti? – a 14 anni Leone fugge da Roma, arriva a Taranto, e, fingendosi un ragazzo indiano di 18 anni senza documenti, riesce a farsi arruolare nell’esercito inglese con il nome di John Douglas Walker. Qualche tempo dopo, a Londra, una sera Leone viene ingaggiato al volo per sostituire un nero americano che avrebbe dovuto sostenere un incontro contro un pugile professionista inglese. Gli offrono 5 sterline per resistere per pochi round, ma Leone se la sbriga più celermente, mettendo kappaò l’avversario. Consapevole di poter intraprendere la carriera sul ring, Leone abbandona Londra, perché, in quanto nero, non può combattere per alcun titolo e si trasferisce in Francia, facendosi passare per afro-americano. In Francia Leone sostiene molti match, quasi tutti vinti e nel 1925 arriva a combattere anche a Milano. Tutti lo credono straniero, ma qualcuno alla fine dell’undicesimo round lo sente urlare al secondo in perfetto dialetto romanesco: «Sbrigate, damme l’acqua».

Leone non può più nascondersi e del resto neppure vuole farlo: si illude che i successi mietuti sul ring gli consentano di rivendicare con orgoglio la propria identità personale e nazionale. Ma non è così, il fascismo, che tratta i neri africani come bestie, non vuole che il pugilato italiano, all’epoca lo sport di massa più seguito, venga identificato con un atleta di colore. Tuttavia alla fine le autorità non possono non riconoscere a Leone la nazionalità italiana e così, di successo in successo, nel 1928, Jacovacci arriva a combattere per il titolo europeo dei pesi medi contro il detentore, il fascistissimo pugile Mario Bosisio. Nelle aspirazioni del regime l’incontro, che si svolge su un ring allestito all’interno dello stadio Nazionale di Roma, poi trasformato in Flaminio, dovrebbe sancire la

superiorità bianca contro la razza nera, ma Jacovacci stravince e diventa campione europeo. Un trionfo che segna anche la fine della sua popolarità. L’ordine del regime è perentorio: di Jacovacci non si deve parlare. Poi ci sarà anche la sfortuna, una brutta ferita all’occhio, il distacco della retina durante un match, a mettere fine dell’attività agonistica. Sopravvissuto a sette diversi infarti, un autentico toro, Leone scompare nel 1983.

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