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17 mag

Mafia capitale, così il boss dei vip scoprì le cimici nello studio del legale dei clan

“Giovannone” De Carlo entra nello studio dell’avvocato Dell’Anno accompagnato dal legale Leto. Sono le 18.42 del 10 giugno 2013. Poco dopo esce con un casco in mano e un lungo cacciavite che spunta da dentro. Le immagini scorrono sui monitor dell’aula bunker di Rebibbia che apre la sua 75esima udienza di Mafia Capitale analizzando la posizione di Di Carlo imputato per favoreggiamento alla holding di Buzzi e Carminati con l’aggravante dell’articolo 7 e trasferimento fraudolento di valori. Giovannone, detto il “miliardario”, secondo la pubblica accusa è l’erede del Cecato a Roma. E’ lo stesso Ernesto Diotallevi, ex boss della Magliana, intercettato, a rispondere nominando senza esitazione Giovanni De Carlo alla domanda del figlio “Chi è ora il super boss dei boss, quello che conta più di tutti?”. “Giovannone”, amico d’affari di Massimo Carminati, prima dell’arresto girava o in Smart o in Ferrari; amante della mondanità e dello spettacolo, si fa fotografare al braccio di Belen, cena al ristorante di via Giulia, Assunta Madre. Il gip Flavia Costantini nell’ordinanza di custodia cautelare che lo incriminò lo definisce “uno che ha fatto del crimine una scelta di vita. Un personaggio primario nella cupola romana, un’ombra, stimato per il suo modo felpato di muoversi nell’economia illecita”.

Le immagini sono propedeutiche a un’audizione del maggiore del ros Giorgio Colaci che si esaurisce in tre ore. E il favoreggiamento che gli viene contestato sembra essere inattaccabile perché le intercettazioni video, audio e le conversazioni captate nei giorni che precedono l’episodio mostrano esattamente il suo ruolo. Ovvero gli avvocati dello studio Dell’Anno, processati in un altro dibattimento per concorso esterno in associazione mafiosa a Carminati e soci, si rivolgono a De Carlo perché apprendono di avere delle microspie nello studio. E lui può aiutarli a scovare le cimici. Così il 10 giugno, racconta il maggiore Colaci interrogato dal pubblico ministero Luca Tescaroli, dopo essere entrato nello studio – “in cui sono state piazzate due telecamerine e tre cimici che captano l’audio nelle tre diverse stanze”, spiega – Giovannone si dirige nella stanza dell’avvocato Leto. “Là, là”, dice indicando qualcosa il legale. Il rumore del cacciavite che smonta una placca della corrente elettrica dove era stata piazzata la cimice è “evidente”, secondo il teste, così come la risposta che arriva 15 secondi dopo di De Carlo: “e infatti”. La microspia viene trovata ma non viene rimossa. Qualche giorno dopo Carminati e i suoi soci sono messi al corrente dell’episodio e infatti il 20 giugno ne discutono tra loro preoccupati.

La parola passa alla difesa per il controesame del maggiore Colaci. L’avvocato Giancarlo Tognozzi, penalista eccellente che difende anche altri cinque imputati in Mafia Capitale (l’ex funzionario di Eur Spa Carlo Pucci, gli imprenditori Daniele Pulcini e Agostino Gaglianone, il collaboratore di Buzzi Claudio Caldarelli e l’ex consigliere comunale Giordano Tredicine) sottolinea come la cimice comunque sia stata lasciata al suo posto e come non vi sia traccia del fatto che sia stato lui ad avvisare Carminati dell’episodio. Poi alza il tiro e punta il dito contro chi avrebbe dato l’informazione della presenza di microspie all’interno dello studio Dell’Anno. “Maggiore – chiede – quante persone nel suo reparto erano al corrente della presenza di microspie in quei locali?”.

Una

quindicina al massimo, la risposta. “Avete dunque mai fatto accertamenti su chi abbia dato questa preziosa informazione ai legali?”. No, nessun accertamento in questo senso. “Potrebbe essere stato dunque qualche carabinieri del Ros ad averlo fatto, conviene?”. Il pm Tescaroli si oppone alla domanda: il teste non può rispondere a un’illazione o a un suo pensiero ma solo a fatti di sua conoscenza. L’udienza termina così.

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