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26 mag

Mafia Capitale, le mille pressioni sull’ex dg Ama Giovanna Anelli: “Era un mercato. Un obbrobrio”

Riunioni del consiglio di amministrazione Ama fatte nella sede in piazza Tuscolo del Pdl. Una gestione politica della municipalizzata e non interessata all’emergenza rifiuti legata alla chiusura di Malagrotta. Forti pressioni per promozioni interne senza meriti e telefonate continue dell’allora sindaco Gianni Alemanno per pagare, prima di tutti gli altri creditori, le cooperative di Buzzi.

La deposizione. È una deposizione agghiacciante quella dell’ex direttore generale Ama Giovanna Giuseppa Anelli che ha monopolizzato la mattinata della 80esima udienza del maxi processo Mafia Capitale. Interrogata dal pubblico ministero Luca Tescaroli la dirigente di Ama è un fiume in piena, spiega le pressioni continue subite e cosa la portò a dimettersi dal suo ruolo apicale. “Ama era un mercato dove tutti i politici si inserivano” ha raccontato. “Ho considerato grave che in una situazione di emergenza in cda si andava a discutere sulle deleghe che dovevano essere tolte e sui vari dirigenti da sistemare ai vertici”.

Le dimissioni. Le dimissioni arrivano dopo una serie infinita di pressioni e soprusi che la Anelli non riuciva ad accettare. Come quella del marzo del 2013. “In piena crisi di emergenza per la discarica di Malagrotta, un rischio enorme mai avuto nella storia di Roma, mi chiesero di partecipare a un incontro a piazza Tuscolo, sede di Fi (in realtà sede del Pdl, ndr), per fare un pre-cda. Perché non una sede istituzionale?, chiesi. Andai e trovai Panzironi, Gramazio, Berti e Benvenuti. In quell’incontro discutemmo solo dei miei poteri, già peraltro ridotti il 30 gennaio. Gramazio mi disse che mi avrebbero tolto alcune deleghe ma me ne avrebbero date altre. Mi parlarono di trovare un compromesso ma io non accettai”.

Le pressioni. Quanto alle promozioni politiche? “Gramazio, Alemanno e Lucarelli mi fecero pressioni molto forti per far crescere Limiti, manager che gestiva il database clienti ‘tariffe/rifiuti’. Volevano lo promuovessi. Sono sempre andata avanti per la mia strada. C’erano molte persone valide che meritavano la promozione. Finchè sono rimasta direttore generale non l’ho promosso, cosa che ottenne appena mi dimisi”.

Il picchiatore. Stesso discorso per il picchiatore di estrema destra Stefano Andrini, sul cui percorso professionale chiede lumi l’avvocato di parte civile Giulio Vasaturo, di Libera. “Andrini era ad di Servizi Ambientali, mi arrivò un ordine di servizio già scritto in cui era diventato responsabile recupero crediti sotto la mia direzione. Quell’ordine del giorno non lo firmai perchè gli avevano costruito un ufficio solo per lui ed era un obbrobrio. Questa mia resistenza fu motivo di forte dissidio con Gramazio e Alemanno».

I pagamenti. Dissidi che proseguirono anche quando la Anelli si oppose a pagare prima degli altri le coop di Buzzi. «Mi chiamò il sindaco Alemanno per dirmi che dovevo saldare i debiti con la 29 giugno perchè altrimenti Buzzi non riusciva a pagare i suoi dipendenti. Gli feci presente che tante altre cooperative e creditori erano nella stessa situazione. Purtroppo mi resi presto conto che la gestione dell’azienda non avveniva in maniera manageriale ma politica e questo proprio non riuscivo ad accettarlo». Quindi si dimise.

I costi gonfiati. Arriva quindi in aula, come secondo testimone della pubblica accusa Alessandro Filippi, il nuovo direttore generale di Ama che, incalzato dal pm Tescaroli, ha spiegato come al suo arrivo nella municipalizzata dei rifiuti si è subito reso conto dei costi dell’azienda superiori anche del 50% rispetto alla media italiana. Dopo gli arresti di Mafia Capitale quindi ha riportato i costi per gli utenti a una media nazionale, abbassandoli del 30 e del 17 per cento. “Mentre a Taranto per lo smaltimento di una tonnellata di rifiuti si pagano 115 euro” ha spiegato Filippi, “e a Ravenna 215, a Roma il costo era di 390 euro”. Ancora: “Sulle aggiudicazioni delle gare e dunque sui costi per smaltire il materiale leggero e quello pesante, i costi erano assolutamente disallineati. Mentre a Torino per una tonnellata di rifiuti pesanti si paga 205 euro, nella Capitale il costo a base d’asta partiva da 360 a 590 euro”. E, neanche a dirlo, tutti questi appalti danarosi e assolutamente sproporzionati rispetto ai costi nazionali erano stati affidati alle cooperative di Buzzi e soci.

L’ex assessore. A chiudere la lunga udienza l’ex assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini che spara a zero sul sindaco Marino, ma non solo. “Buzzi si adoperò per cacciare il direttore del mio dipartimento, la dottoressa Cervi, in quanto la definì “troppo rigida”. Come me, era una persona che badava solo a fare il suo lavoro, senza piegarsi alle varie logiche. Io ho fatto di tutto per difenderla e non farla mandare via in favore della persona gradita, ovvero Isabella Cozza, ma da quel momento mi sono inimicata il sindaco Marino, D’Ausilio e Foschi”.

“La bassa politica”. Quando il giorno prima degli arresti di Mafia Capitale, era il 1 dicembre del 2014, il sindaco Marino mi chiamò per dirmi che mi avrebbe sostituito con l’assessore Ozzimo, ho capito una cosa: che ero di fronte alla bassa politica che ti espelle se non rispondo a quelle logiche. Abbiamo subito la pressione di un sistema forte a cui la politica si doveva contrapporre

e invece non lo ha fatto”. L’unico a non farle alcuna pressione per la sostituzione della dirigente fu Mirko Coratti. Quando il pubblico ministero Tescaroli, le domanda se l’ex presidente dell’assemblea capitolina l’avesse in qualche maniera pressata per la sostituzione, la Cutini ha risposto no. Eppure nel capo d’imputazione nei confronti di Coratti, difeso dai penalisti Antonio Palma e Fabio Viglione, questo elemento è contestato.

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