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18 ott

Monet, dal Musée Marmottan di Parigi al Vittoriano: 60 opere del maestro impressionista

“Non era un pittore, in verità, ma un cacciatore”. Così Guy de Maupassant descrive la “pittura nuova” di Claude Monet. Tanti hanno cercato di rendere a parole la sua pittura, ineffabile come le sue pennellate e quei bagliori di luce che riusciva a portare sulla tela. Da oggi il Vittoriano celebra il padre dell’impressionismo con una grande esposizione. In mostra circa 60 opere, le più care all’artista e che lo stesso Monet conservava nella sua ultima, amatissima dimora di Giverny: tutte provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi che raccoglie il nucleo più importante e numeroso delle opere grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca e del figlio Michel.

Ci sono i capolavori di Monet, le sue grandiose ninfee, i commoventi salici piangenti, il ponticello giapponese, quel mondo da lui curato nel suo giardino incantato a Giverny. La mostra, che attraversa tutta la sua vita, curata da Marianne Mathieu, lo segue fin dagli esordi quando nel 1850, a 10 anni entrò in collegio a Le Havre. Appassionato di disegno, cominciò a fare piccoli ritratti dei suoi compagni di scuola. In breve tempo le sue caricature diventarono un “caso” in città: Monet esponeva i quadretti incorniciati in rue de Paris presso il cartolaio Gravier.

Davanti si affollavano i curiosi che si divertivano a riconoscere il personaggio messo alla berlina tra applausi e risa. Ma si trattava, in molti casi di “tipi” più che personaggi realmente esistiti. Eppure, nonostante il successo giovanile, c’è un lato intimo del pittore, che lo accompagnò in tutta la sua carriera e che emerge in mostra. “Monet, per paura che i suoi quadri non venissero capiti dal pubblico, preferiva tenere nascoste molte delle sue opere”, spiega il direttore del Marmottan, Patrick de Carolis. La sua ricerca, incredibilmente moderna, che ha influenzato generazioni di pittori successivi, non veniva colta in pieno dal pubblico francese. “Il sarcasmo suscitato nel 1874 dall’esposizione di “Impressione, levar del sole” è entrato nella storia – spiega la curatrice – ma anche le sue Grandi ninfee, dipinte tra il 1914 e il 1926 vennero criticate a lungo prima di essere innalzate al rango di icone”.

Sala dopo sala, attraversando quella dedicata ai ritratti dei figli (ne aveva due, Jean e Michel dalla prima moglie Camille Doncieux e li allevò con i sei che la seconda moglie, Alice Hoschedé, aveva avuto con il precedente marito), passando per i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi,

Vétheuil, Pourville, e delle sue tante dimore – inclusa una parentesi in Liguria testimoniata in mostra dal dipinto del castello di Dolceacqua – fino a giungere alla sua “casa dall’intonaco rosa” di Giverny, si percepisce la passione, la dedizione alla pittura. “Pensava solo a dipingere – conclude De Carolis – e non aver tempo per spiegare agli altri la sua evoluzione”.

Complesso del Vittoriano -Ala Brasini da oggi all’11 febbraio. Info tel. 06 8715111

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