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10 mag

Morto il fotoreporter romano Antonio Zambardino

Aveva 35 anni, decine di viaggi alle spalle – dall’Iraq al Vietnam, dall’Alaska all’Egittto -, migliaia di foto pubblicate in tutto il mondo, riconoscimenti e premi internazionali. Antonio Zambardino, fotoreporter romano che dal quartiere Nemorense aveva deciso di andare a pescare storie, volti, traffici e tradizioni in giro per l’Italia, l’America e l’Asia, è morto domenica sull’isola thailandese di Koh Phangan durante una festa in spiaggia.

A dare la notizia via Facebook è stato il padre di Antonio, Vittorio Zambardino, giornalista, per più di venti anni a “Repubblica”: “Domenica 8 maggio in un’isola della Thailandia mio figlio Antonio Zambardino, 35 anni, fotogiornalista, è improvvisamente deceduto mentre si trovava in vacanza. Non si conoscono le cause della morte che è avvenuta per arresto cardiaco. Lo comunico ai miei amici e ai suoi amici, ne avevamo molti in comune. Pregherei tutti di essere pazienti e di aspettare quello che decideremo per il rientro di Antonio, perché al momento siamo come potete comprendere molto frastornati” ha scritto.

Per poi aggiungere maggiori dettagli ricevuti dal Consolato italiano a Bangkok che il padre ha voluto ringraziare per “l’efficacia, l’umanità e la sollecitudine” con cui “ci stanno aiutando in modo fattivo e consolante”.


Anche la Farnesina ha confermato “la triste notizia del decesso in Thailandia del connazionale Antonio Zambardino”, facendo sapere che “l’Ambasciata italiana a Bangkok è in contatto con la famiglia in Italia, alla quale sta fornendo la massima assistenza”. Antonio sarebbe morto mentre faceva un bagno in mare con qualche amico durante la festa e l’attacco cardiaco lo avrebbe fatto annegare. Sarà cremato in Thailandia e poi da lì le sue ceneri rientreranno a Roma prima di essere inumate nella casa di famiglia a Sestri Levante, in Liguria.

Talentuoso fotoreporter, da tempo Antonio risiedeva a Bangkok, città che utilizzava come base per la sua attività in Asia. Le sue ultime ricerche erano state sull’Islam indonesiano e parte del suo lavoro (iniziato alla fine del 2014) era stato pubblicato nel novembre scorso sul New York Times. Ma Antonio – il suo sito – si era dedicato prima con la stessa passione, la stessa cura, professionalità e “follia” al contrabbando di rifiuti elettronici tra Vietnam e Cina lungo il fiume fingendosi in viaggio di nozze con la fixer che lo aveva portato laggiù, e prima ancora alla primavera araba in Egitto, allo sversamento illegale di riufiuti tossici nelle campagne della Campania, agli attivisti curdi del Pkk sulle montagne de nord dell’Iraq, ai profughi nei campi dell’Indonesia, alla Cambogia, all’Australia, ai cambiamenti climatici nelle isole della Polinesia. A Jakarta, ricordano i suoi amici, i corrispondenti esteri lo conoscevano tutti come “the handsome Italian photographer”. E i suoi colleghi raccontano che ad Antonio non piaceva il fotogiornalismo frettoloso, qualche scatto

buono per una storia e via.

Lui arrivava in un posto, si sistemava nall’alloggio più economico e alla buona e poi andava in giro a conoscere la gente, i suoi soggetti, le sue fonti, con un sorriso e una risata inconfondibile. L’ultima sua foto pubblicata, che risale però al 2008, scattata per “Contrasto”, è apparsa su “Internazionale” poche ore prima che si sapesse della sua morte: accompagna un articolo che parla di Roma

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