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27 dic

Ostia, Cassazione: “Il clan Fasciani è mafioso”

Il clan Fasciani è un’organizzazion mafiosa e “il carattere mafioso del gruppo va riconosciuto”. A scriverlo è la Cassazione nelle motivazioni con cui lo scorso 26 ottobre ha accolto il ricorso della Procura generale di Roma contro la sentenza di Appello che aveva fatto cadere l’aggravante mafiosa nei confronti degli imputati del sodalizio che fa capo a Carmine Fasciani, il don che ha tessuto le trame criminali del X Municipio per anni.

Con la sentenza di secondo grado i giudici ritennero invece di derubricare il 416bis, sancito in primo grado, in associazione a delinquere semplice, riducendo così le condanne che in primo grado erano state pesantissime, con pene complessive di oltre 200 anni di carcere, a 56 anni.

“La sentenza di appello – si legge nelle motivazioni depositate oggi – ha violato il precetto penale espresso dall’articolo 416 bis del codice penale” e “si è sottratta all’obbligo di motivazione pervenendo ad una conclusione contraddittoria quando non, per alcuni rilevanti aspetti, apodittica”. Il “disconoscimento del carattere mafioso del gruppo facente capo a Carmine Fasciani da parte della Corte di merito”, osservano ancora i supremi giudici, oltre a “violare la norma incriminatrice”, è contraddittorio “quando non manifestamente illogico” anche “rispetto alle acquisizioni probatorie date per conseguite dallo stesso giudice”.

La Corte d’appello di Roma, dunque, in diversa composizione, dovrà riesaminare la vicenda e “a partire dal carattere mafioso del gruppo” rivalutando ogni questione “circa la partecipazione, con il relativo grado e consapevolezza, degli imputati al predetto sodalizio”. Si riapre quindi tutto l’impianto accusatorio del pubblico ministero Ilaria Calò che, nel luglio del 2013, portò all’arresto di 51 persone.

Nel reato di associazione di stampo mafioso, previsto dall’articolo 416 bis del codice penale, “non rientrano solo grandi associazioni di mafia ad alto numero di appartenenti, dotate di mezzi finanziari imponenti e in grado di assicurare l’assoggettamento e l’omerta’ attraverso il terrore e la continua messa in pericolo della vita delle persone”, spiegano ancora i giudici della Cassazione ma anche “piccole ‘mafie’ con un basso numero di appartenenti (bastano 3 persone), non necessariamente armate (l’essere armati e usare materiale esplodente non e’ un elemento costitutivo) che assoggettano un limitato territorio o un determinato settore di attivita’ avvalendosi pero’ del metodo dell’intimidazione da cui derivano assoggettamento ed omerta’”.

La sesta sezione penale della Cassazione non lascia margini alla tesi cui sono arrivati i giudici dell’Appello. I giudici di ‘Palazzaccio’, nelle motivazioni ribadiscono l’orientamento giurisprudenziale in “fattispecie di mafia ‘non tradizionale'” secondo cui “ai fini della configurabilita’ del reato di associazione di tipo mafioso, la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo puo’ essere diretta a minacciare tanto la vita o l’incolumita’ personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti, ed il suo riflesso esterno in termini di assoggettamento non deve tradursi necessariamente nel controllo di una determinata area

territoriale”.

Dunque, il reato previsto dall’articolo 416 bis “è configurabile anche con riguardo ad organizzazioni che, senza controllare tutti coloro che vivono o lavorano in un certo territorio – osserva la Suprema Corte – rivolgono le proprie mire a danno dei componenti di una certa collettivita’, a condizione che si avvalgano di metodi tipicamente mafiosi e delle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omerta’”.

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