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26 ago

Parla il funzionario della carica: “Non sono un violento ma ero sotto pressione e ho detto frasi in libertà”

ROMA – Stanco, sotto pressione e preoccupato. Sa che su quella frase (“Se tirano qualcosa spezzategli un braccio”) si gioca una carriera, passata indenne già dall’infortunio della carica agli operai Thyssen, ora che era a un passo dalla nomina a questore. A due giorni da quei fatti, il funzionario di polizia diventato suo malgrado il protagonista dello sgombero dei migranti di piazza Indipendenza si sfoga con un paio di amici e colleghi che sono andati a trovarlo a casa.

“Non dovevo neppure essere lì, ero libero da quel servizio, avevo terminato il mio turno, ma ho sentito dalla radio che i miei uomini in piazza Indipendenza erano in difficoltà e sono intervenuto. Lo so, quella frase è infelice, presa da sola ha un sapore sinistro, ma bisogna contestualizzarla. Rispondevo a un agente che mi raccontava che lui e altri erano stati colpiti da sanpietrini. Mi ha chiesto: e se questi ci tirano addosso qualcosa? Allora gli ho risposto in quel modo, ma bisogna trovarsi nella mischia, in mezzo alla bolgia, esposti a rappresaglie imprevedibili. Bisogna viverli quei momenti per comprendere di cosa stiamo parlando”.

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Nelle sue parole c’è la stessa autodifesa consegnata a una relazione di servizio arrivata ai piani alti del Viminale, decisi a dare una lezione esemplare a chi abusa della propria divisa. L’orientamento è quello di chiudere in fretta un’istruttoria dagli esiti prevedibili, a sentire i sindacalisti dei funzionari di polizia che hanno esperienza di queste faccende e intuito perfettamente che il vento sembra essere cambiato: probabile un trasferimento o comunque un rallentamento a un percorso di carriera segnato dalle tappe dell’età, 52 anni, e da un curriculum ampio. E segnato anche da qualche precedente che finora non aveva rappresentato alcun inciampo.

A Livorno dove il funzionario, romano d’origine, era approdato qualche anno fa dopo gli esordi al reparto mobile di Genova e poi all’investigativa della capitale, il suo autista rimediò un’ammenda per aver spaccato in testa a una manifestante la radio di servizio. Lesioni colpose, sentenziò il giudice contro una richiesta di condanna a cinque mesi. C’era anche lui in quella mischia in piazza Cavour nel 2012 ma rimase fuori da ogni addebito.

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Più di recente, già arrivato a Roma, nell’incarico che lo ha portato in piazza nei giorni scorsi, in sua difesa si era schierato l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Una relazione in Parlamento a fronte di una richiesta di dimissioni, per dire che la carica ordinata dal funzionario contro i sindacalisti del corteo della Thyssen non era stato che la normale reazione a un tentativo di deviazione del corteo autorizzato. Vicenda chiusa per una storia che lo portò alla ribalta, giubbotto di pelle e ricetrasmittente in mano, mentre ripeteva ai suoi “caricate, caricate”, come mostrato da un filmato di Gazebo.

Era il 29 ottobre del 2014 e i manganelli spaccarono la testa a lavoratori e sindacalisti. Nella confusione anche alcuni agenti rimasero contusi. Il Viminale, allora fece quadrato, e il funzionario rimase al suo posto. Per ironia della sorte anche la vicenda per la quale rischia adesso una sanzione lo vede al centro della scena nello stesso luogo, a due passi dalla stazione Termini.

I suoi lo difendono a spada tratta: “Non ci stiamo a farlo passare per un fascista dal manganello facile, quella frase alimenta una distorsione mediatica”. E lui stesso, arrivato all’ordine pubblico, dopo trascorsi anche alla scientifica, lo ribadisce agli amici: “Ma davvero pensate che io possa ordinare di bastonare senza un perché?”.

“Vogliono inchiodarlo a una frase? – dice Saturno Carbone, segretario generale del Siulp – Ma è un abbaglio. Conosco il collega e so bene che non è un esaltato, è una persona mite, un professionista rigoroso e attento. Certe espressioni vengono fuori ma non hanno mai un senso letterale. Non è che espressioni come quelle possono essere interpretate come un via libera a picchiare, non scherziamo”.

In attesa di conoscere la decisione del capo della polizia, il dirigente affina la propria difesa e concerta con il sindacalista che dovrà affiancarlo nel procedimento disciplinare interno la linea di condotta da tenere. Telefonate, incontri, l’analisi di quanto circola in rete. Un lavoro intenso che a tratti si interrompe per una considerazione e per ribattere sullo stesso punto: “Non sono un violento, ho svolto con grande coscienza il mio lavoro, cerco sempre la mediazione, ma nella mischia ci stanno le parole in libertà così come capita di dover far ricorso alla forza per contrastare un attacco. È quello che si temeva in piazza l’altro giorno, quando un gruppo nutrito di manifestanti si è diretto verso la stazione. In quella situazione l’unico interesse era bloccarli, non potevamo rischiare che la protesta si propagasse. E pensare che non dovevo neppure essere lì, conterà pure qualcosa aver voluto condividere un momento di difficoltà dei propri uomini?”

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