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28 feb

Quei lavastrade di Roma immigrati e organizzati

CI SONO più novità sui marciapiedi di Roma che alla Leopolda o alla Casaleggio Associati. E così, nella città dove gli occupati non lavorano, i disoccupati si organizzano.

Dunque gli immigrati neri che sull’Ostiense e in via del Boschetto ogni mattina come due impiegati prendono servizio e puliscono la strada chiedendo in cambio “un aiuto” ma solo “se vi piace il mio lavoro” sono gli irregolari di buona volontà che suppliscono al non lavoro dei sindacalizzati di cattiva volontà. E senza la mediazione di nessuno: sono organismi vivi della decomposizione, utilissimi effetti collaterali del Sottosviluppo.

Non è come a Torino, a Pesaro, a Milano o a Palermo dove gli enti locali organizzano i lavori socialmente utili. Roma è più selvaggia e dunque, in un certo senso, più “libera”. E si capisce che i lavastrade sono varianti romane dei lavavetri. La differenza è che non danno fastidio e sono anzi incoraggiati dai “clienti”: commercianti e residenti.

E però la notte – racconta Ayodele – “per conto dei portieri, ai Parioli, in Prati e in centro c’è anche il traffico dei cassonetti “. Ombre assoldate dai condomìni bene avvicinano o allontanano i recipienti che al mattino gli spazzini dell’Ama dovrebbero svuotare. La geografia urbana della monnezza cambia ogni giorno e chi scende in strada col sacchetto in mano si sente spaesato e … organizza la vendetta.

Questo non è Nord, dove i comportamenti e le leggi più o meno coincidono. Ma non è ancora completamente Sud dove l’ordine della monnezza regna nelle strade e nei bar perché non sono tollerati i guastafeste della spontaneità.

Certo, è una bellezza vedere, proprio dietro il Pantheon, una via pulita come non era da anni. Ieri, spaventato dall’interesse, si è spostato a Porta Pia l’immigrato che i cronisti di Repubblica nei giorni scorsi avevano fotografato in via Nomentana. Puliva i marciapiedi di fronte a villa Torlonia, finalmente splendenti come ai tempi di Mussolini, macho fascista, che in mezzo alla campagna romana metteva in scena il suo piccolo mondo antico: solo qui ” il duce” ridiventava “il presidente” e donna Rachele fingeva di essere mamma e sposa felice.

E invece sull’acciottolato dietro al Pantheon Shirin e Fela, vinta la diffidenza, mi mostrano in un sacchetto il bottino che hanno diviso dalla spazzatura: bottoni, chiodi, centesimi di euro con il ramato che “è diventato più nero di me”, dice Fela ridendo. E poi due matite, una cintura, una copia di una rivista inglese, mozziconi di sigarette che “forse possono essere riciclati”, un foulard bruciacchiato, due scarpe “come dite voi?… mismatched “. Ma in Somalia non si parlava italiano? “Ormai inglese, più di italiano”.

Fela pulisce col dito due monetine, quindi ci soffia sopra, e di nuovo ride. Hanno pure lavato: dove prendete l’acqua? Tengono due bidoni che riempiono alla fontana. Chiedo: ma c’è acqua nella fontana di piazza del Pantheon? Ridono. “In bidone c’è piccolo buco, e dunque bisogna fare svelto”. Fela è incespicato e si è fatto male a un piede, il suo amico Taharka, che è riuscito a raggiungere l’agognata Berlino, gli ha detto che in Europa ci sono città dove i marciapiedi non sono sconnessi, non sono dissestati e dunque non si cade anche se non si guarda per terra. Gli dico che anche in Italia ci sono città con i marciapiedi curati come parquet.

C’è una donna che li vorrebbe cacciare perché “ha paura di noi”, ma un’altra li aiuta: “Signora Lina sta lì al quarto piano, e guarda cosa mi ha regalato: carte per giocare a briscola”. Dove l’hai imparato? “Nella piazza di Lampedusa”. Ehi – gli dico – lo sai che sono trentanove? Dalla tasca ne tira fuori una posticcia, c’è scritto “7” e sotto “spade”.

All’Esquilino, che un reportage ormai classico di Michele Masneri (Rivista Studio) ha ribattezzato “la Roma sorrentina” perché ci vivono, oltre a Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Claudio Santamaria, Sergio Monteleone, Willem Dafoe e la moglie Giada Colagrande, il ministro Franceschini e davvero tanti giornalisti- scrittori, all’Esquilino dunque, che è il quartiere etnico del degrado e perciò della “grande monnezza”, recluto un cicerone in questa nuova arte d’arrangiarsi. Per la verità lo conoscevo già, si chiama, come ho detto prima, Ayodele, mangia alla Caritas di piazza San Martino ai Monti, non so dove dorme. Mi mostra la casa- guscio dove un’immigrata vive rasoterra, in piazza Santa Maria Maggiore, meno di un metro di altezza, poco più di due metri di lunghezza: plastica e cartoni, ma rivestiti da una vecchia copertura impermeabile, di quelle che si usano per le automobili. Più che tollerata, la signora è protetta dagli abitanti del quartiere, è uno strano paesaggio umano di fronte a Santa Maria Maggiore, che è una delle basiliche più belle del mondo, e pochi sanno che dentro c’è anche una cappella di Michelangelo, ma è sempre transennata per impedire ai clochard di sistemarsi sui gradini di Dio.

La storia delle abitazioni talvolta è più interessante di quella delle persone, qui prima ci ha vissuto un ungherese, dentro ci si possono pure stendere i panni. Non me la fanno visitare, mi incuriosisce l’arredamento, è un mondo in miniatura, spazio vitale, astuccio per la privacy nel territorio della sopravvivenza vicino alla stazione Termini, dove sotto le volte in travertino dell’architetto fascista Angiolo Mazzoni, l’imprenditore Umberto Montano ha replicato il Mercato centrale di Firenze, un’immensità di bancarelle di cibo d’eccellenza. La sera in via Giolitti distribuisce quel che gli rimane ai barboni che dormono per terra.

Ayodele mi spiega che gli abitanti delle strade di Roma si dividono in stabili e occasionali, e che tra loro si combattono. E ovviamente i più deboli e i più malati soccombono. Parla senza allegria, è un vagabondo che non crede alla mitologia dei vagabondi buoni, “qui c’è di tutto – dice – ma dove si perde la dignità è facile diventare cattivi”. Mi presenta Asad che però non mi vuole parlare: specie d’estate fa il bagnapiante, non d’appartamento, ma davanti ai bar, ai ristoranti, ai negozi: pretende di curarsi del suolo pubblico. Ci sono locali che, assediati dalla sporcizia e dal degrado, hanno lo spazio come ossessione e lui porta via foglie e fiori appassiti, chele di granchi secche, scatole. È veloce, attento, triste. Ci sono due ragazzi neri che hanno strappato anche l’erba che spunta qui e là tra i sampietrini nei vicoli attorno a piazza Farnese e Campo de’ Fiori: “Non abbiamo fatto guadagno”. Ora vorrebbero ripulire i graffiti, ci hanno provato a Trastevere, suonano ai citofoni, chiedono: “Finora nulla, solo simpatia e il consiglio di non provarci”. Al supermercato Conad invece c’è un ragazzo piccolo e timido, che si avvicina molto discretamente ai clienti mentre i prodotti scorrono sul rullo, offre di metterli dentro le borse di plastica, accompagna le signore alla macchina, vive di mancia ma non la chiede. E c’è una ragazza che all’Esquilino si precipita a raccogliere la cacca dei cani. Ci vuole gentilezza, tecnica, rapidità. Ma è lavoro?

Di sicuro, nella Roma spietata del degrado non c’è solo il mondo che si dissipa, né solo quello che delinque, le bande dei minorenni di Termini, dei borseggiatori e degli scippatori. Ci sono anche questi amabili lavastrade e i raccoglitori di cacche. Ecco, nella nuova geografia civile non è facile capire se siano un prologo o un epilogo, avanguardie da marciapiede o avanzi da marciapiede.

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