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5 set

Raineri: “Muraro mi disse di essere indagata. Cacciata perché ero contro le irregolarità”

ROMA – “La verità è che ero “scomoda”, avvertita come un corpo estraneo, come un nemico da abbattere”. Carla Raineri, magistrato di Corte d’Appello, da 6 giorni non è più capo di gabinetto di Virginia Raggi. Ha sbattuto la porta dopo un duro confronto con la sindaca di Roma. Che ieri fatto il suo nome davanti alla commissione Ecomafie.

Lei dice che era scomoda, ma Raggi ieri ha detto che fu un colloquio con lei a rassicurarla sul fatto che il reato contestato all’assessora Muraro era “generico”.

“Da magistrato non comprendo il senso dell’espressione “reato generico”. Muraro venne da me a chiedere un parere sulla sua situazione”.

Cioè?

“Mi disse che aveva saputo di essere indagata e che voleva valutare l’opportunità di andare a parlare con il pm per caldeggiare l’archiviazione. Io la sconsigliai. Ricordo di averle detto subito: “A Milano queste cose non si fanno”. Quindi aggiunsi che si trattava di una mossa controproducente. Se dopo averla ascoltata il pm non avesse archiviato, questo avrebbe aggravato la sua posizione. Al colloquio era presente la sindaca”.

Riavvolgiamo il nastro: quando ha rassegnato le sue dimissioni?

“La sera del 31 agosto. Le ho fatte protocollare la mattina dopo. E finora non mi consta sia stata formalizzata la mia revoca. A meno che non si consideri un atto amministrativo un post su Facebook alle 4 del mattino”.

In quel post si fa riferimento a un parere dell’Autorità anticorruzione che considera illegittima la sua nomina.

“Se l’Anac si ritiene competente sulla materia ne prendo atto. Sono convinta dell’erroneità del parere ma non lo impugnerò. Non ho interesse a difendere il provvedimento di nomina”.

Si è parlato a lungo del suo stipendio da 193.000 euro.

“Non nego fosse elevato. Ma in linea con quanto percepivo da magistrato. In ogni caso, l’ultimo mio atto in Campidoglio contiene la rinuncia a ogni compenso per l’attività svolta dal 22 luglio al 31 agosto. Piuttosto, sa da chi venne determinato il mio stipendio?”.

Da chi?

“Da Salvatore Romeo, capo della segreteria della sindaca. Fu lui a comunicarmi l’emolumento deciso”.

Lo stesso Romeo con il quale si è più volte scontrata in queste settimane?

“La delibera sulla sua nomina non ha il mio visto. E neppure quello di Laura Benente, dirigente capitolina delle Risorse umane. Hanno atteso che andasse in ferie per raccogliere il compiacente visto di un altro dirigente molto legato a Raffaele Marra (vicecapo di gabinetto, ndr). Quel diniego è costato il posto alla Benente, rispedita a Torino senza neanche il preavviso di 8 giorni che si dà ai domestici”.

Per lei la nomina di Romeo non andava bene, perché?

“Non per il suo stipendio triplicato ma per la procedura in sé: Romeo era già dipendente del Campidoglio e non poteva essere posto in aspettativa e contemporanemente riassunto dallo stesso ente”.

Con Raggi ne ha parlato?

“In un duro confronto, il 25 agosto, le dissi che me ne sarei andata se le cose non fossero cambiate. Per me, la presenza dell’ex assessore al Bilancio Marcello Minenna era la migliore garanzia della serietà delle intenzioni dei neo-eletti. Ma non si può restare in un luogo di lavoro dove si è avvertiti come una minaccia. Invitai la Raggi a riflettere. Le professionalità in campo non avrebbero avuto problemi nel bypassare personaggi del tutto mediocri: di fatto, però, il duo Marra-Romeo ha continuato a gestire il Campidoglio forte della protezione della Raggi e nell’indifferenza degli altri”.

Anche dei vertici del M5s?

“Loro hanno deciso di non intervenire. O, peggio, non ci sono riusciti”.

Com’era il suo rapporto con Marra?

“Nei mie 45 giorni in Comune non ho avuto mai il piacere di condividere con lui alcuna decisione. Riferiva direttamente al sindaco”.

Ora la sindaca dice di essere vittima dei poteri forti.

“Mi sembra una affermazione ridicola. Se fossimo davvero così forti, non ce ne saremmo semplicemente andati”.

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