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5 ago

Referendum sull’Atac a Roma, rush finale per le firme. Magi: “Obiettivo vicino”

Ancora quattro giorni e tremila firme. Così i Radicali si preparano al rush finale della raccolta di sottoscrizioni per il referendum sulla messa a gara del servizio di trasporto pubblico locale. Fino al 9 agosto continueranno ad allestire banchetti in vari punti della città per raccogliere le adesioni dei cittadini alla loro proposta referendaria. Un’impresa che all’inizio poteva sembrare visionaria e che ora, invece, è a un passo dal realizzarsi.

“Serve un ultimo sforzo da parte di tutti. Mi incoraggia molto il fatto che, sebbene in questi giorni Roma cominci a svuotarsi per le ferie, i cittadini continuino a fare la fila ai nostri tavoli”, commenta Riccardo Magi, segretario dei Radicali Italiani, che anche questa sera sarà ai banchetti a Ostia. Visto lo scarto del dieci per cento circa tra le sottoscrizioni raccolte e quelle effetti-vamente ritenute valide, infatti, i promotori stimano di poter agguantare l’obiettivo delle 29mila firme necessarie per indire il referendum prendendone almeno altre tremila. Poi, la mattina del 10 agosto tutti i documenti verranno portati per la certificazione all’ufficio elettorale del Comune, che li riconsegnerà entro il 12. Giorno in cui scadranno i tre mesi utili per la campagna.

“Quando le persone vengono a firmare – racconta Magi – ci portano la testimonianza dei disagi che sono costrette a vivere quotidianamente. Siamo alla bancarotta del servizio di trasporto pubblico, oltre che dell’azienda che lo gestisce”. Scopo del referendum, infatti, è mettere fine al quasi monopolio di Atac nel settore e chiedere la liberalizzazione del servizio, procedendo con una gara quando nel 2019 scadrà l’affidamento diretto alla municipalizzata. Perché Atac, secondo i Radicali, non può più essere salvata, visto il debito mostruoso che la grava, e non è in condizioni di assicurare una mobilità degna di una Capitale. “Nel periodo estivo il servizio è ridotto in maniera programmata – continua il segretario – e già da settimane Atac non è comunque in grado di garantirlo. Figuriamoci quello che accadrà a settembre con la riapertura delle scuole e il rientro al lavoro. Non ci sono le vetture necessarie per riprendere il servizio a pieno regime”.

Come spiega Magi, al momento ci sono 1.300 mezzi su gomma funzionanti e, in media, se ne rompono più di 200 al giorno. I conti sono presto fatti: in autunno, se non si sbloccheranno i debiti con i fornitori dei pezzi di ricambio, i bus non basteranno per coprire tutte le linee.

“È indispensabile che l’amministrazione capitolina dica che cosa intende fare per risolvere la situazione – aggiunge Magi – ma a parte aver nominato nuovi vertici in Atac e aver ribadito l’intenzione di procedere con un nuovo affidamento in house, la giunta Raggi non ha presentato alcun provvedimento concreto. Sembra che vivano su un altro pianeta, ma scherzano con il fuoco. Potrebbe essere troppo tardi, quando decideranno di muoversi. A settembre lo vedremo”.

E proprio sul rischio che nel 2019 la gara non si faccia puntano i Radicali: “Se fosse stata obbligatoria, il nostro quesito referendario non sarebbe stato dichiarato ammissibile. Nel caso Atac avviasse davvero una procedura di concordato preventivo per evitare il fallimento, poi, si aprirebbe una ricerca di capitali esterni per coprire i debiti non transati dell’azienda. E se Atac trovasse un cosiddetto “assuntore” in grado di dare liquidità, la momentanea boccata d’ossigeno potrebbe essere una scusa per continuare con l’affidamento alla municipalizzata”. L’assuntore, del resto, sarebbe probabilmente un privato, perché secondo il segretario nessun ente pubblico sarebbe disposto a mettere capitali per salvare Atac. A detta di Magi, inoltre, sarebbe il primo caso in Italia di grande società per azioni controllata interamente dal pubblico

sottoposta a concordato: “Si entrerebbe in un terreno difficile, mai esplorato”.

D’altra parte, non è nemmeno escluso che Atac debba fallire senza poter fruire di vie alternative. “Il rischio reale per i lavoratori dell’azienda – conclude Magi – è il fallimento. Generato dalla gestione scellerata di anni e non certo dal nostro referendum. Lo ricordo: in caso di gara, i lavoratori sarebbero riassorbiti, ricollocati o comunque tutelati”.

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