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4 lug

Roma, addio al poeta Valentino Zeichen. Da poco aveva ottenuto il vitalizio della legge Bacchelli

Il 17 aprile Valentino Zeichen, il poeta che viveva in una casupola sulla Flaminia in stato quasi di indigenza, tanto che si era mobilitato tutto il mondo della cultura per fargli ottenere il vitalizio della legge Bacchelli, era stato colpito da un ictus. E questa mattina è morto nella clinica Santa Lucia, dove stava facendo la riabilitazione dopo l’ictus. Aveva 78 anni, era nato a Fiume nel 1938. Il primo libro di versi Area di rigore, è del 1974, l’ultimo libro uscito, un romanzo, La sumera, del 2015.

E proprio con quel libro era stato escluso dal Premio Strega. E forse questo aveva contribuito al suo ictus. La figlia Marta era preoccupatissima non solo per le sue condizioni cliniche ma anche per lo stato in cui il 78enne poeta viveva: e cioè in un casupola sulla Flaminia che rischiava tra l’altro di essere occupata, aveva scritto in un appello Barbara Palombelli attraverso Dagospia, abusivamente durante il suo ricovero in ospedale. Rivolgendosi poi «ai prefetti che governano Roma un gesto di umanità verso un intellettuale che rischia di non avere una stanza dove tornare dopo l’ospedale ».

Ma la casa non era poi stata occupata da nessuno. Lo aveva detto la figlia Marta: «Sono venuta qui anche ieri, per controllare come fosse rimasta la casa, perché mio padre è stato colto dal malore mentre era uscito. Ma non c’è stata alcuna occupazione».

Il mondo della cultura – da Elido Fazi, editore e grande amico di Zeichen, a Elena Stancanelli, Edoardo Albinati, Sandro Veronesi e molti altri – si era mosso per chiedere che il ministero dei Beni culturali assegnasse al poeta il vitalizio previsto per intellettuali indigenti dalla legge Bacchelli. Lui era contrario, non voleva nulla dallo

Stato e, aveva detto la figlia, forse sarebbe stato anche contrario all’appello che era stato lanciato per lui.

Tanto che Fazi aveva detto: «Valentino ha fatto il poeta puro per tutta la vita, ha difeso la propria indipendenza e la propria libertà assoluta. Abitava in quella casupola da quando lo conosco, povera, sì, ma legata a ricordi come quelli degli amici e intellettuali che venivano ai suoi pranzi, la domenica, in cortile».

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