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27 giu

Roma, addio all’ultimo carbonaro di Trastevere: “È salito in cielo per scaldare i freddolosi”

Un abbraccio lento, il rione è silenzioso. Le rughe e i segni sui volti di chi lo abita da una vita si cancellano in un sorriso che non ha bisogno di parole. Ieri, nella parrocchia di San Crisogono, Trastevere ha salutato il suo ultimo carbonaro. Mestiere di una Roma antica. Superata per tutti, ma non per Ascenzio Angelini. A 93 anni, domenica mattina, con il pensiero avrà aperto ancora una volta il suo emporio. Civico 68, legna e bombole di gas. Prima di spegnersi accanto ai tre figli e ai nipoti, con un ultimo respiro si sarà riempito i polmoni dell’aria di via della Luce, il suo vicolo. A quel punto, forse con una punta di sollievo, ha salutato una città cambiata: “È diventata un manicomio – ripeteva da tempo – non si capisce più niente”.

Ascoltando le parole di padre Venanzio di Matteo e dell’affezionata cliente che ieri lo ha ricordato nel giorno del funerale, si comprende alla perfezione quanto invece Ascenzio mancherà al “monno infame” che si è lasciato alle spalle: “Dalla bottega der sor Angelini – ha ricordato l’amica dall’altare – me ne tornavo sempre col sorriso e magari con qualcosa che non me serviva pè davero”. Sunto vivente del concetto di commercio di vicinato, più che alla sua merce il carbonaro era legato ai clienti: “Ci conosceva più di quanto noi conoscessimo lui”. Giaccone scuro in inverno, camicia a quadri in estate, apriva ogni giorno il suo negozio ai trasteverini.

E guai a scambiarlo per il Gasperino di Alberto Sordi, lo sventurato carbonaro ubriacone turlupinato dal cinico Marchese del Grillo. Perché Ascenzio era lucido, lucidissimo. Nessuna crisi d’identità, altroché. Tutte le mattine guardava i passanti a passeggio. Si sedeva accanto ai nipotini e osservava adulti e bambini curiosare con lo sguardo tra le chincaglierie esposte sui tavolini di plastica. A quel punto, con un’innata eleganza, sapeva di poter sfoggiare il suo calibrato mix di saggezza popolare, poesia e pura romanità. Botta e risposta a mo’ di sonetto: “Ogni chiacchierata era un piccolo poema – ha continuato l’amica ricordando il 93enne – come quella volta pè i lenzuoli: ‘Varecchina e acqua calda. Tanto che te li devi tenè pe facce il sudario? Fai come me: prendili di lino. Magari pizzicano un po’, ma d’estate sai che freschezza? Ace gentile? Ma prendite un po’ di varecchina’. E io sorridevo. Un altro pezzo di Trastevere se n’è andato con te”.

Per un anno l’intero rione è rimasto con il fiato sospeso: “Papà – racconta il figlio Mario – si è rotto il femore dopo una brutta caduta a lavoro. Proprio nella sua bottega “. Lì dove ieri mattina, prima di andare in chiesa, si sono ritrovati gli amici ricordando l’insegna “Spaccio carbone”. “Ne aveva tanti – spiega ancora Mario – al funerale sono venute le persone che ha conosciuto da quando ha aperto il suo negozio nel 1952. Prima viveva con i genitori in una traversa di via Latina”. Riposerà nella sua Monteleone di Spoleto, dove ieri è stato sepolto. Lì lo hanno raggiunto i messaggi lasciati ai parenti su Facebook dagli amici: “Per 33 anni – scrive Claudio – ci siamo salutati almeno tutti i pomeriggi. Grande Ascenzio!”. Poi il ricordo di Mario, con il carbonaro a unire due generazioni: “Quanti

fichi e grappoli di uva ha offerto prima a me e poi a mio figlio piccolino… ora via della Luce sarà più triste e sola”. Infine, il saluto di Gabriella. Forse quello che il 93enne avrebbe più apprezzato. In lingua madre: “Che Dio abbia in gloria sto trasteverino che è salito ‘ncielo pe ariscallà chi c’ha freddo. Daje sor “Angelino”, poi s’aritrovamo tutti in paradiso. Ariposa in pace. Amen”.

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