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4 nov

Roma, assolti 56 rom finti poveri: nei conti 5 milioni di euro

In un primo momento erano stati ritenuti dei finti poveri, perchè avevano dei conti correnti a sei cifre ma vivevano all’interno dei campi rom. E per questo motivo erano finiti sotto la lente della procura, accusati di aver truffato il Comune per aver abitato in moduli abitativi assegnati dall’amministrazione, e per essersi intestati dei beni che in realtà erano di proprietà di qualcun’altro, facendo sponda a un’attività di riciclaggio. Niente di tutto questo. Ieri l’incubo per 56 nomadi è terminato con l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. A stabilirlo è stato il tribunale, dopo che lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione per tutti. Secondo il giudice quei conti correnti depositati alle Poste o in banca da parte degli imputati, per un totale di circa cinque milioni di euro, appartiene effettivamente a loro. E quindi non hanno commesso nessun reato.

Alla lettura della sentenza il gruppetto di nomadi, alcuni dei quali difesi dall’avvocato Dario Piccioni, ha accolto l’assoluzione con un applauso. Quel che rimaneva ancora sotto i sigilli degli inquirenti è stato dissequestrato e messo a loro disposizione. L’accusa di truffa, invece, era già caduta da un pezzo, in fase di udienza preliminare, un anno fa. Allora era stato il gup Luciano Imperiali a incrinare l’assunto che i rom avessero “simulato indigenza per ottenere agevolazioni dallo Stato, inducendo in errore il Comune di Roma per ottenere l’assegnazione di moduli abitativi, con spese a carico del Campidoglio”. Intere famiglie di rom, infatti, erano stati portati nei campi attrezzati finanziati dal Comune, dopo essere stati sgomberati con la forza dai campi nomadi de La Barbuta, di via di Salone e di via Cesare Lombroso.

E ieri i rom sono stati assolti anche dall’altro capo d’accusa rimasto in piedi al dibattimento: il possesso ingiustificato di valori. Si

tratta dell’accusa secondo cui i rom, “essendo privi di fonti di reddito, avrebbero concordato con degli ignoti l’attribuzione fittizia di beni a loro stessi”. Detto in altri termini, i 56 nomadi avrebbero occultato redditi frutto di attività illecita di proprietà di qualcun’altro. Secondo il collegio dei giudici, però, quei beni, per un totale di oltre 5 milioni di euro, appartiene effettivamente a loro, e quindi “il fatto non sussiste”.

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