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23 feb

Roma, battaglia sulla 194: “Meno aborti solo perchè è un diritto negato”

Alle parole c’è chi risponde con i numeri. “Con la realtà dei fatti”, corregge Elisabetta Canitano, ginecologa della Asl Rm3 e presidente dell’associazione Vita di donna. Nel Lazio interrompere una gravidanza, fa notare “è molto più complicato di come si immagina, soprattutto in alcune città”.

Il caso più eclatante, per Canitano, è quello di Frosinone: “Le donne lì si alzano alle 5 del mattino per venire ad abortire a Roma senza alcuna certezza”. Nella Capitale poi “ci sono anche altri problemi: al San Giovanni non viene eseguito l’aborto farmacologico, come all’Umberto I, al Pertini ci sono solo quattro posti settimanali “, nonostante, rimarca la ginecologa “in Regione sia stata approvata una procedura per facilitare l’accesso all’aborto farmacologico che consente di svolgere tutte le procedure in ospedale, compreso il colloquio, al Sant’Eugenio non viene applicato. Le pazienti vengono rimandate al consultorio e cosi perdono molto tempo prezioso”. Di casi, spiega Canitano, ce ne sono anche altri: “Il policlinico Casilino non esegue aborti terapeutici, senza contare che in tutto il Lazio non è possibile chiudere le tube e le donne sono costrette a emigrare in Toscana”.

Del resto anche Natale Di Cola, segretario di Roma e del Lazio della Fp Cgil, non fa mistero delle difficoltà. “L’obiezione di coscienza porta a una perdita di tempo utile notevole”. E per supportare questa tesi tira fuori i numeri. “La riduzione delle interruzioni di gravidanza registrata dal 1987 al 2015, passata da 21.274 a 9.617, non è frutto di una corretta applicazione della legge è semmai il risultato di un’assenza o di un deperimento del servizio. Se il dato medio è preoccupante, appena il 22,5% dei ginecologi del Lazio sono non obiettori, i territori più interessati sono quelli periferici: Rieti, con il 19,4 per cento di non obiettori registra una diminuzione di Ivg del 57 per cento, a Frosinone non è più presente il servizio, le donne sono costrette a spostarsi da quella provincia e nel 2015 in 420 sono state costrette a spostarsi, anche di centinaia di chilometri, per essere assistite”.

Ma anche nell’hinterland capitolino le cose non vanno meglio, secondo i dati della Fp Cgil. “Le due Asl periferiche della provincia di Roma sono quelle in maggiore sofferenza e che obbligano a una pesante migrazione: la ex Asl RmG nel 2015 non è riuscita ad assistere 606 donne su 795 e la ex Asl RmF ha lasciato senza copertura 375 donne su 505, il 74,2 per cento”.

Mentre sulle urgenze effettuate dopo i 90 giorni, “se guardiamo il dato – fanno notare sempre dal sindacato – passato dall’8,7% del 1987 (1.849 su 21.274) al 23,5% del 2015 (2.259 su 9.617) è evidente come siano molto carenti i servizi di prossimità e sia saltata la presa in carico da parte del sistema, che lascia sole le donne in un labirinto di difficoltà e informazioni parziali in un momento molto delicato della loro esistenza”.

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