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15 mag

Roma, Belcanto è uno show: “Così avvicino i giovani all’opera”

Si calcola siano circa tre milioni gli spettatori che, soltanto l’anno scorso, hanno assistito ai suoi spettacoli nei cinque continenti. E se facciamo il conto complessivo in trent’anni di attività sfioriamo gli 80 milioni di spettatori. Parliamo di Franco Dragone, uno dei più grandi show maker del mondo. Dietro alcuni degli spettacoli del Cirque du Soleil c’è il suo genio. Sua è stata l’ideazione del concerto di Céline Dion che nel 2003 collezionò duecento serate al Caesar’s Palace di Las Vegas, sua la cerimonia di inaugurazione dei recenti Mondiali di calcio in Brasile, così come decine di altri spettacoli attualmente in cartellone, da Los Angeles a Lido di Parigi, che hanno come denominatore comune quel senso di meraviglia che ti stordisce, sempre nel segno di una rigorosa ricerca artistica. Come si capisce dal nome, Dragone è italiano, ma dall’età di sette anni vive in Belgio dove emigrò al seguito della famiglia. Affascinato dalla lirica, nel 2013 ha dato vita a “Belcanto – The Luciano Pavarotti Heritage”, uno show presentato per la prima volta al City Center di New York, passato anche al Festival di Spoleto, e che dal 26 maggio al 18 giugno sarà in scena al Teatro Eliseo, tappa di partenza di un nuovo tour che nei prossimi mesi approderà in Germania, Austria, Francia e Turchia. Realizzato in collaborazione con la Fondazione Luciano Pavarotti, che ha selezionato i 12 giovani cantanti protagonisti (in scena con sette musicisti e sette ballerini), “Belcanto” è un omaggio allo stile vocale italiano per eccellenza, che da Claudio Monteverdi arriva fino ai Queen, passando per le arie più famose di Pergolesi, Mozart, Rossini, Verdi e Puccini. Il tutto arricchito con videoproiezioni e balletti, per la regia di Gianfranco Covino, direzione musicale di Pasquale Menchise, coreografie di Vittorio Biagi, visual concept di Claude Tissier, sound design di Leonardo Riselli e light design di Francesco Adinolfi.

Come nasce lo spettacolo “Belcanto”?

L’idea è nata dall’incontro tra Luigi Caiola, per oltre 17 anni produttore dei concerti di Ennio Morricone, e la Signora Nicoletta Mantovani, moglie del compianto Luciano Pavarotti. Il loro intento era quello di creare uno spettacolo che rigenerasse la strada intrapresa dal Maestro Pavarotti nel senso della divulgazione al grande pubblico del repertorio lirico e dello stile vocale italiano, e allo stesso tempo di favorire la carriera artistica di giovani cantanti di talento, nel solco tracciato dal Grande Luciano, che è poi la missione della Fondazione Pavarotti. Luigi mi ha parlato di questa idea e ne è nato uno spettacolo dedicato al pubblico teatrale e in generale a tutti coloro che pur apprezzandone la bellezza e il valore, non necessariamente sono esperti di opera; però ne sono attratti. Credo che Belcanto sia uno spettacolo aperto e trasversale, in cui i giovani artisti che ne sono protagonisti mettono il proprio talento e il frutto di lunghi anni di studio, al servizio di un gioco di squadra in cui ciascuno trova il proprio spazio espressivo mentre contribuisce alla creazione dell’affresco complessivo. Ma soprattutto si rendono disponibili ad esplorare le diverse forme e stili musicali che sono chiamati ad interpretare, mettendosi pienamente in gioco sul palcoscenico di un teatro. In questo esercizio, per loro rischioso e inusuale, i giovani artisti di Belcanto hanno potuto fare affidamento sul sapiente lavoro di Gianfranco Covino, a cui ho affidato la regia dello spettacolo, che è innanzitutto un amico ma anche un artista con cui ho collaborato molte volte. Gianfranco infatti ha una lunga esperienza in questa specifica modalità di lavoro che gli consente di portare gli artisti a sentirsi a proprio agio sul palcoscenico teatrale, pur non essendo attori, e a vivere questa esperienza con gioia. Una gioia che finisce per contagiare il pubblico e che credo sia la vera ragione del successo di Belcanto.

Lo stile belcantistico appartiene alla cultura e alla tradizione lirica tipicamente italiana. In questo spettacolo però si va da Monteverdi a Freddie Mercury, in una fusione di stili che caratterizzava anche i concerti di Pavarotti. Cosa vuol dire per lei “belcanto”?

Belcanto è uno stile vocale nato in Italia nel rinascimento che ha attraversato stili e forme musicali diverse (dalla musica sacra a quella profana, dal barocco al melodramma) per oltre quattro secoli e ha infine travalicato i confini nazionali contagiando tutta la musica occidentale fino ai nostri tempi.

Questo dimostra che oltre che un modo di cantare, il bel canto italiano è un modo di sentire e interpretare la musica, che fa vibrare le corde più intime dell’animo umano in sintonia con l’armonia cosmica, e che pertanto riguarda l’uomo nella sua accezione universale, senza confini di spazio e di tempo.

Oltre ai cantanti, saranno coinvolti anche dei ballerini. Cosa accadrà in scena?

La struttura dello spettacolo è semplice e lineare, proprio per lasciare il più ampio spazio possibile alla libertà espressiva degli artisti e alla fruizione immediata degli spettatori. In effetti il viaggio attraverso l’evoluzione del bel canto raccontato nello spettacolo è organizzato in 6 blocchi tematici: 1) dal Rinascimento al Barocco; 2) opera buffa; 3) Giuseppe Verdi; 4) Giacomo Puccini; 5) la canzone napoletana; 6) il bel canto nel mondo; 7) il bel canto nel pop e rock. Ognuno di questi blocchi è introdotto da una coreografia creata dal Maestro Vittorio Biagi. Questi interventi hanno anche la funzione di creare degli intervalli sonori per l’orecchio dello spettatore, perché sono eseguiti su brani strumentali che dispongono l’ascolto al nuovo stile musicale che sarà presentato nel blocco che lo riguarda. Infine, l’impiego della danza contribuisce a creare un ambiente più propriamente “teatrale” svincolando la performance e la sua fruizione dal puro concerto musicale.

Del resto in molte opere del passato, la danza era regolarmente impiegata con queste stesse finalità

In questo progetto c’è anche la firma della Fondazione Pavarotti, che ha scelto i cantanti. Ha mai conosciuto di persona Pavarotti?

Sfortunatamente non ho mai avuto l’occasione di incontrarlo personalmente. Ma di certo, come del resto è accaduto per molte persone in tante parti del mondo, l’ho amato come artista, attraverso le splendide esecuzioni che ci ha donato durante la sua straordinaria carriera, e l’ho apprezzato come uomo per l’impegno che ha sempre profuso a favore dei più deboli. Aver appreso della sua dedizione generosa, soprattutto nei suoi ultimi anni, per aiutare i giovani cantanti lirici a perfezionare il loro stile attraverso lo studio costante e severo, ma anche ad aprire le loro menti e i loro cuori al mondo, in fondo non mi ha sorpreso ed è stata alla fine una delle motivazioni che mi ha maggiormente convinto a dedicarmi a questo progetto.

I suoi spettacoli assomigliano a dei sogni: quali sono i suoi sogni (spettacoli) ancora nel cassetto?

Ho appena finito la creazione di quattro importanti spettacoli, due dei quali in Cina, a Xishungbanna e a Wuhan. Lo spettacolo di Wuhan ha per titolo “The Han Show”; è un spettacolo di grande dimensione sulla trasformazione che sta interessando la Cina in questi anni. È la storia di una generazione di giovani ventenni a cavallo tra la Cina del passato e quella del futuro. In questo momento in Cina, è in atto una vera e propria seconda rivoluzione culturale. Il Paese mira ad esprimere appieno il proprio ruolo di attore protagonista del mondo globale contemporaneo e sta investendo molto in ciò che loro definiscono “Soft Power”. Un altro degli spettacoli a cui ho dato vita in questi ultimi mesi, rappresentato di recente al Kremlino di Mosca, vede per protagonista la più popolare pop star Russa, il cantante e musicista Philipp Kirkorov. Infine abbiamo creato uno spettacolo di grande successo attualmente ancora in scena al Lidò di Parigi, rinnovando e modernizzando il genere del cabaret francese, pur nel rispetto della loro solida tradizione.

In questo momento sono concentrato sul Napoli Teatro Festival, per il quale avrò l’onore di realizzare uno spettacolo con Marco Balsamo sulla problematica dei migranti, a cui ho dato il titolo “No Man’s Land’s Got Talent” e che vedrà per protagonisti artisti selezionati tra gli ospiti dei centri di accoglienza per i rifugiati in Italia. Sempre per il Festival a giugno preparerò un evento speciale con il fantastico gruppo musicale Foja di Napoli e a luglio riprenderò, con la collaborazione di Michele Mangini, la regia di “Aida” per il San Carlo. Dunque per adesso più che nei sogni sono nella pianificazione del lavoro che c’è da fare.

Ha dei progetti in futuro su Roma?

Ho avuto qualche scambio di idee, in particolare su uno specifico progetto; ma il mio attuale coinvolgimento sui lavori già avviati mi porta a rispondere: “non ancora…” anche se mi auguro che presto questa idea possa prendere forma. In effetti la mia passione per l’Italia è stata sempre fortissima; ma mai come in questi ultimi tempi mi sono sentito così vicino al mio paese d’origine, a dispetto delle difficoltà che pure non sono mancate. Del resto, io sono nato a Cairano, in provincia di Avellino. Mio padre era minatore: seguire

la mia famiglia in Belgio, non è stata ovviamente una mia scelta, ma ne ho tratto grande forza e ho sempre cercato di ricondurre il mio lavoro sui passi fatti da bambino, tra la mia gente, i miei luoghi. In questi ultimi mesi mi sto dedicando con passione alla direzione del Napoli Teatro Festival; ho anche avviato dei promettenti scambi di idee per alcuni progetti nelle Marche e in Umbria; e nel prossimo futuro potremmo sviluppare ulteriormente la collaborazione con il Teatro Eliseo.

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