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2 nov

Roma, cartacce e mozziconi: Trinità dei Monti torna a essere un suk

ROMA – Che sarebbe successo non era difficile prevederlo, anzi era previsto; infatti è successo. Quaranta giorni dopo la solenne inaugurazione del restauro, con l’orchestra di Santa Cecilia, il maestro Pappano e festosi fuochi d’artificio, la scalinata di piazza di Spagna, monumento unico al mondo, mostra già i primi segni del degrado: gomme americane, resti di cibo incollati al travertino, cartacce, mozziconi a iosa. I vigili urbani che dovrebbero garantire il decoro del manufatto per la verità ci sono e appaiono, per una volta, piuttosto solerti. Fischiano gli atteggiamenti più scomposti, reprimono i gesti oltraggiosi, si muovono, rimediano, ammoniscono. Ma poco possono contro la marea di visitatori che affollano i luoghi, siedono sui gradini, mangiano e fumano (con tutte le conseguenze del caso), si liberano come possono dei rifiuti anche perché cestini e contenitori non abbondano.

Ho chiesto a un paio di loro come vedevano la situazione. Il primo, rude, mi ha risposto “Deve parlare con il nostro ufficio stampa”. Il secondo, affabile e sconsolato, mi ha preso da parte e mi ha sussurrato due cose: “Stiamo qui a fare i guardiani mentre potremmo essere impiegati in un lavoro più gratificante e più utile”. Poi ha aggiunto: “Comunque è difficile. Io sto qui con lei (eravamo ai piedi della scalinata) e intanto vede lassù?”. Ha indicato in alto, verso la prima interruzione della scalea, una bambinetta, ignara, che mangiava contenta il suo gelato indifferente alla nobiltà del luogo, pronta a gettare il bicchierino di plastica dove capitava. Il suo collega intanto fischiava a un gruppo di spensierati giovanotti e signorine che s’erano sdraiati sulla balaustra come in un’amaca.

Roberto E. Wirth, proprietario e direttore dell’hotel Hassler, ricorda che nel lontano 2004 (amministrazione Veltroni) erano stati messi quattro cartelli ben visibili, due in alto e due in basso, dove s’elencavano i comportamenti sconsigliati o interdetti. Sono andato a cercarli senza trovarli fino a quando il vigile benevolo di cui ho già detto non mi ha mostrato (in basso a sinistra guardando Trinità dei Monti) un cartello di ridottissime proporzioni che reca alcune notizie storiche sul manufatto e poi in caratteri ancora più piccoli, praticamente illeggibili, l’elenco delle cose che non si possono fare: mangiare, dormire, gridare, gettare rifiuti eccetera. Tutte precauzioni intuibili che però il turismo di massa rende opportuno precisare perché vengano più o meno osservate. Se fosse fisicamente possibile leggerle; giuro che con i caratteri e la grafica concepita dall’assessorato alla Crescita Culturale (sic!) nemmeno il famoso pistolero del west detto “occhio di falco” ci riuscirebbe.

Il signor Wirth si dice certo che se i cartelli fossero ripristinati, leggibili, sintetici, scritti nelle lingue principali (russo e cinese comprese), i turisti si adeguerebbero perché, aggiunge “in genere sono spesso più disciplinati e rispettosi dei romani, basta avvertirli”.

“Trent’anni fa – dice anche il signor Wirth – Trinità dei Monti, chiusa tra la chiesa e la balaustra con i due sfondi impareggiabili di via Sistina e di villa Medici, era stata dichiarata la piazza più bella d’Italia. La guardi ora”. Ho obbedito al cortese invito. Ho incontrato la ressa dei turisti che si contendevano un posto per l’affaccio alla balaustra, e questo era prevedibile; succede anche alla chiesa del Sacro Cuore a Parigi, a Trafalgar Square a Londra. Quello che non era previsto è stato l’assalto dei venditori di fiori e di caldarroste, commerci entrambi illegali notoriamente gestiti da bande organizzate. Qualche mese fa incontrai, insieme al non dimenticato amico Mario Pirani, il colonnello Raffaele Clemente che al tempo comandava i vigili urbani della capitale (gestione Marino). Stiamo monitorando, ci disse, le varie bande che gestiscono con metodi mafiosi il commercio ambulante nel centro di Roma. Uno dei primi provvedimenti della sindaca Raggi (o di chi per lei) è stato di destituire Clemente; suppongo che il monitoraggio giacerà morto in qualche cassetto.

Se si chiede a Gianni Battistoni, che presiede l’associazione dell’adiacente via Condotti, quali rimedi sono auspicabili per evitare che tra sei mesi tutto torni come prima del restauro, risponde: “La scalinata è un monumento? Bene, trattiamola come tale”. In parole povere: lasciare il passaggio libero ai visitatori solo sulle due corsie laterali, proteggere la parte centrale con uno sbarramento elettronico che, come nei musei, emetta un segnale al superamento del confine. È ragionevole? Non lo è? Si potrebbe fare? Materie da urbanisti, non semplici. L’unica cosa certa è che affidarsi al fischietto dei vigili non basta. Se qualcuno ha ancora a cuore ciò che resta di Roma.

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