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7 giu

Roma, caso Cucchi: il pg Rubolino chiede cinque condanne per omicidio colposo

“Io non vorrei che Stefano Cucchi morisse per la terza volta: una prima volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilirne il colore, la seconda volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in camice bianco” ha esordito così la sua requisitoria il procuratore generale Eugenio Rubolino nell’ambito del processo di appello-bis sul caso della morte di Stefano Cucchi. E l’ha conclusa con la richiesta di cinque condanne: 4 anni di reclusione per il primario Aldo Fierro, e di 3 anni e 6 mesi per i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Silvia Di Carlo e Luigi De Marchis Preite.

Omicidio colposo. Per tutti l’accusa è quella di omicidio colposo. Stefano Cucchi morì il 22 ottobre del 2009 nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini, dove era stato ricoverato, una settimana prima, dopo il suo arresto. I cinque camici bianchi, dopo la condanna in primo grado, erano stati assolti in secondo. Giudizio, quest’ultimo, annullato dalla Cassazione e dunque tornato in aula davanti alla Corte d’Assise d’Appello.

La pietra tombale. “La Cassazione, annullando l’assoluzione dei medici, ha evitato che sulla vicenda calasse una pietra tombale” ha continuato il pg Rubolino. “Già all’ingresso al Pertini sono state riportate circostanze chiaramente false sulla cartella clinica di Cucchi: era un bradicardico patologico, con 40 battiti cardiaci al minuto (rispetto ai 60 fisiologici) eppure i medici non gli hanno mai preso il polso”.

La frattura. “Presentava una frattura alla vertebra sacrale per il pestaggio avvenuto nelle fasi successive all’arresto” ha ricostruito. “Aveva un trauma sopraccigliare con scorrimento del sangue, per migrazione, sotto gli occhi, aveva un forte dolore fisico in conseguenza di quell’aggressione, eppure al Pertini gli è stato solo somministrato un antidolorifico che ha contribuito a rallentare il cuore, muscolo già indebolito perchè non irrorato. L’apparato muscolare nel suo complesso, in quella cartella clinica fasulla, venne definito tonico e trofico ma il paziente non aveva neppure i glutei per poter avere una iniezione”.

Cinque giorni di agonia. E ancora: “Cucchi rifiutava le terapie e non mangiava perchè nessuno lo metteva in contatto col suo avvocato. Nessuno si è preoccupato di riferire ad altri le sue esigenze. La sua morte è arrivata dopo cinque giorni di vera agonia”. Per la

Procura Generale, poteva bastare un farmaco che desse vigore al battito del suo curore, poteva bastare un pò di acqua con zucchero, forse, per migliorare una situazione gravemente compromessa. E invece niente di tutto ciò. “Cucchi – ha concluso Rubolino – non doveva stare in quel reparto perchè non era stabilizzato. Eppure si è fatto in modo che venisse ricoverato lì, in quella struttura protetta lontana da occhi e orecchi indiscreti”.

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