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20 mar

Roma, Cassazione: “Marra resta in carcere, pericolo recidiva e inquinamento prove”

Non è “affatto illogico o contraddittorio” il ragionamento per cui il Riesame di Roma ha confermato la misura cautelare in carcere per Raffaele Marra: tale ragionamento è “aderente alla specifiche attività e ruolo dell’indagato nell’ambito dell’amministrazione comunale capitolina” e “perdurante nonostante l’assegnazione ad altro incarico della medesima amministrazione”.

Lo scrive la sesta sezione penale della Cassazione, spiegando perchè, nei giorni scorsi, ha deciso di confermare il carcere per l’ex braccio destro del sindaco di Roma Virginia Raggi. Marra, detenuto a Regina Coeli dal 16 dicembre, è accusato di corruzione in concorso con l’imprenditore Sergio Scarpellini (il processo con rito immediato inizierà il 25 maggio), in relazione a un versamento, risalente al 2013, di una somma di 367mila euro, provenienti da conti personali di Scarpellini, che sarebbe stata utilizzata da Marra per acquistare un appartamento in via dei Prati fiscali, poi intestato alla moglie.

La Suprema Corte, nella sentenza depositata oggi, sottolinea che “non possiede affatto il carattere dirimente assegnatogli dalla difesa la circostanza che la nomina di Marra a direttore del Dipartimento Organizzazione e Risorse umane del Comune depotenziasse il ruolo e il prestigio del ricorrente, trattandosi di incarico dirigenziale nel settore della pubblica amministrazione di natura ampiamente fiduciaria e tanto più significativo del potere dell’indagato nella compagine e struttura amministrativa perchè conservato e mantenuto, passando attraverso le giunte di vario colore susseguitesi negli anni, e nonostante la campagna di stampa a suo carico in corso al momento della nuova nomina”.

Nel provvedimento di custodia emesso dal gip in dicembre, rilevano ancora i giudici di Piazza Cavour, “esisteva una diffusa motivazione sull’intensità delle esigenze cautelari” sia “per il pericolo di recidiva che per quello di inquinamento e di occultamento probatorio” entrambi “strutturati

intorno alla specifica posizione di Marra con riguardo al solido ruolo rivestito nell’amministrazione capitolina ed alla rete di solidarietà non solo professionale ma anche familiare, della quale l’indagato avrebbe potuto giovarsi”. In tale contesto, il gip ha ritenuto, conclude la Corte, “ai fini di adeguatezza della misura, che si imponeva la frattura decisa del legame sussistente tra gli indagati e i loro contatti con il mondo professionale di appartenenza”.

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