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22 giu

Roma, chiusa l’inchiesta sul megastore a Palazzo Raggi: gli ex assessori rischiano il processo

Uno shopping center in pieno centro storico da realizzare in barba al piano regolatore e ai vincoli della soprintendenza e grazie a una serie di false attestazioni compiute ad ogni livello della macchina amministrativa. Arriva a una prima svolta l’inchiesta sul piano di recupero urbano di Palazzo Raggi, l’edificio che lambisce via del Corso, via del Gambero, via della Vite e via delle Convertite. I pm Alberto Galanti e Simona Marazza hanno appena chiuso l’inchiesta a carico degli amministratori della Ribes srl, la società proprietaria dello stabile – riconducibile alla galassia di imprese del costruttore Domenico Bonifaci, che non risulta indagato – per i funzionari comunali che hanno istruito la pratica e per gli assessori della Giunta Alemanno che hanno firmato due delibere. Proprio il via libera ai lavori, poi bloccati nel 2015 dal commissario Francesco Paolo Tronca, non doveva essere dato in tale sede ma in Consiglio comunale.

A rischiare il processo, con accuse che vanno dall’abuso d’ufficio al falso, sono gli ex assessori Alfredo Antoniozzi (Patrimonio e casa), Antonio Aurigemma (Mobilità), Enrico Cavallari (Risorse umane), Marco Corsini (Urbanistica), Gianluigi De Palo (Famiglia), Lucia Funari (Patrimonio), Dino Gasperini (Cultura), Fabrizio Ghera (Lavori pubblici), Carmine Lamanda (Bilancio), Rosella Sensi (Sport), Marco Visconti (Ambiente) e l’ex vice sindaco Sveva Belviso. Insieme a loro una serie di funzionari comunali: da Paolo Capozzi, l’ingegnere redattore della relazione d’ufficio e della bozza di delibera presentata in Giunta, ad Enrico Stravato, direttore del dipartimento Urbanistica, passando per l’ex segretario generale del Comune Liborio Iudicello, e i funzionari del segretariato Rita Caldarozzi e Stefano Tordelli.

A monte della trasformazione della struttura c’era un condono edilizio basato su una falsa attestazione. I vertici della Ribes, il titolare Antonino Testa, e due suoi progettisti, nel 2010 avrebbero assicurato all’ufficio Condoni che l’immobile non era soggetto a vincoli e, soprattutto, che dovevano essere sanati dei lavori abusivi, relativi a un piano rialzato. I vigili urbani della sezione urbanistica, però, durante un sopralluogo hanno scoperto che era tutta una montatura e che quel ballatoio fintamente dichiarato abusivo, non era mai esistito. Quindi il condono era da considerare falso.

Quello che è stato fatto successivamente, ovvero il via libera dato dal dipartimento Urbanistica nonostante la “non conformità al piano regolatore”, e il passaggio in Giunta, anzichè in Consiglio comunale, con una doppia delibera, stavano quasi per permettere la realizzazione dello

shopping center, e di una serie di appartamentini nuovi di zecca, a due passi da Palazzo Chigi. A mettergli i bastoni tra le ruote, in prima battuta, è stata la procura della Repubblica, che successivamente ha avviato anche una seconda indagine su un giro di mazzette all’interno del dipartimento Urbanistica. A stroncare definitivamente il piano di recupero, invece, l’annullamento in autotutela fatto dal Campidoglio attraverso una delibera del commissario Tronca.

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