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15 gen

Roma, concordato Atac: al 30% la fine dei piccoli creditori

Il risanamento di Atac sarà pagato dai suoi creditori. La linea che sembra maggioritaria tra le direzioni e i consulenti impegnati nella scrittura del piano industriale prevede di offrire ai chirografari il 30- 35% del credito vantato. Un bagno di sangue che – nella giornata dei grandi annunci che vanno dal prolungamento del contratto di servizio al rinnovo della flotta – affida ai creditori la responsabilità di riconsegnare alla città un’azienda sana, con un debito abbattuto e per questo produttiva.

Il balletto dei creditori

Il successo di questa operazione si gioca tutto sulla possibilità riconosciuta al Comune (primo creditore di Atac con 469 milioni di euro, ma anche azionista unico) di votare la proposta concordataria insieme a tutti gli altri. Sulla questione si preannuncia battaglia legale perché, vantando oltre la metà dei crediti, il voto del Campidoglio basterebbe da solo per far passare la proposta. In ogni caso, qualora il Comune fosse interdetto ( ipotesi sulla quale stanno convergendo in queste ore i consulenti legali di Atac), avrebbe comunque come alleati le altre controllate (soprattutto Ama e Acea) che insieme cumulano 60 milioni di crediti. Potrebbe invece riservare sorprese la partita che giocheranno Trenitalia e Roma Tpl, da un lato pronte a dare battaglia sul riconoscimento del dovuto, dall’altro interessate all’Atac del futuro, un’azienda liberata dal fardello del debito e per questo appetibile sul mercato.

Il nuovo contratto di servizio

E proprio Trenitalia e Roma Tpl hanno seguito con interesse l’approvazione, avvenuta ieri in commissione Bilancio e Mobilità, del contratto di servizio, che solo all’apparenza mette una pietra sulle loro ambizioni. Il provvedimento proroga l’affidamento in house del trasporto cittadino fino al 2021 e conferma – come annunciato e poi smentito nei giorni scorsi dall’assessore alla Mobilità Meleo – che l’esito negativo del concordato, così come il mancato rinnovo del contratto di servizio, potrebbero avere conseguenze gravissime sul funzionamento di autobus e metro.

La decisione, definita necessaria e improrogabile, si fa beffa del referendum indetto dai Radicali, durissimi nei confronti della giunta. ” Si tratta dell’ennesima prova – hanno commentato ieri Riccardo Magi e Alessandro Capriccioli, rispettivamente segretario dei Radicali Italiani e dei Radicali Roma – della confusione istituzionale ormai dilagante nella maggioranza che governa la città, la quale ritiene di fare il bello e il cattivo tempo non solo alla faccia dei cittadini, ma in barba agli organi istituzionali previsti dallo Statuto”.

La forzatura della giunta 5Stelle – a parte tradire la richiesta popolare di sottoporre il futuro di Atac a un quesito referendario – non basta a salvare l’azienda, il cui domani passerà necessariamente per la sentenza del tribunale fallimentare, rispetto alla quale nulla è precluso, neanche che un colosso pubblico come Trenitalia possa arrivare in soccorso, proprio come già fatto in diversi comuni italiani per molte altre società di locale.

I diversivi di Raggi

Mentre Atac corre verso un destino incerto, la sindaca Virginia Raggi lancia la strategia del diversivo e racconta la favola del rinnovamento della flotta. ” Nei prossimi tre anni acquisteremo 600 nuovi bus – scrive su Facebook. – Verranno stanziati 167 milioni di euro per rinnovare la flotta mezzi (…) e solo poche settimane fa abbiamo annunciato l’arrivo di oltre 425 milioni di euro per ammodernare le infrastrutture delle metro A e B”.

La promessa dal sapore elettorale sorvola su una circostanza di non poco conto: parte degli acquisti sarebbe infatti conclusa con l’autofinanziamento, il che significa – per un’azienda senza soldi – nuovi debiti

con le banche che si aggiungono ai 178 milioni già accumulati nel passato. Una soluzione curiosa, soprattutto perché arriva proprio da chi, qualche mese fa, ha dato il via libera politico alla procedura di concordato preventivo permettendo che Atac chiudesse il 2016 con un patrimonio netto negativo.

Oggi quella decisione sta portando l’azienda a un passo dal baratro, e consegna il futuro nelle mani dei suoi creditori, chiamati a sacrificarsi in cambio di pochi spiccioli.

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