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20 nov

Roma, condannati a 18 e 19 anni due boss della ‘ndrangheta

Riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso. Il giudice Flavia Costantini, la stessa che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per i 50 imputati del maxiprocesso Mafia Capitale, ha riconosciuto l’aggravante dell’articolo 7 per Luca Cosmo e Santo Morabito, condannati rispettivamente a 19 e 18 anni di reclusione.

I due facevano parte di un’organizzazione criminale, con collegamenti con la potente cosca Nirta-Romeo-Giorgi di Reggio Calabria, che gestiva, tra l’altro, il mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti tra Tivoli e Guidonia. Il giudice, che ha recepito l’impostazione del pubblico ministero Francesco Minisci, ha anche condannato al termine del giudizio abbreviato altri due imputati a 8 anni di reclusione per sequestro di persona a scopo di estorsione.

Un altro imputato, accusato di reati minori, ha preferito patteggiare la pena (due anni e 8 mesi) mentre 9 sono stati rinviati a giudizio davanti al tribunale di Tivoli. Buona parte degli indagati era stata raggiunta lo scorso dicembre da un’ordinanza di custodia cautelare. In quella occasione il procuratore aggiunto Michele Prestipino, responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Roma, parlò di “malviventi organizzati con la casa madre, pur stabilmente territorializzati fra Tivoli e Guidonia”.

I vertici dell’organizzazione, scoprì la Dda, davano istruzioni ai componenti della holding della droga attraverso “pizzini”. Cosmo, nato a Duisburg teatro il 15 agosto del 2007 di una strage tra ‘ndrine, è considerato dagli inquirenti come molto ben inserito anche nella cosca Giorgi di San Luca. E proprio dentro la logica delle ‘ndrine, il giudice ricorda come si sia dato da fare nell’aprile dello scorso anno per organizzare la latitanza del boss Antonio Pelle, giovane punto di riferimento del clan di San Luca.

E’ lui il capo dell’organizzazione, lui che prendeva la droga in Calabria e la portava tra Tivoli e Guidonia. E con metodi inequivocabili, raccontano le carte, a un debitore spiega: “Digli che non guardo né a lei, né che c’è dentro casa, neanche i bambini li guardo dentro casa, gli metto direttamente fuoco”. All’avventore di un bar su cui aveva messo gli occhi mostra la pistola e dice: “Ora guardala, se ti ritrovo un’altra volta qua ti sparo in fronte”.

Il quadro è completato dal rapporto con lo zio Giovanni Giorgi, la cosiddetta “lince dell’Aspromonte” arrestato nel 2003 dopo 10 anni di latitanza e detenuto nel penitenziario di Fossombrone. Il risultato per il giudice è semplice. “Elevatissima pericolosità sociale”. Anche per la capacità di poter inquinare le prove, disseminando terrore. “La

razza mia pari n’davi supa nun n’davi” (“La mia famiglia ne ha altre della sua importanza ma nessuna superiore”). E’ quanto intercettato dai carabinieri in una conversazione.

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