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5 giu

Roma, crollo Flaminio: “Chi ha stilato i progetti non aveva i titoli per farlo”

Il progetto che prevedeva l’abbattimento dei tramezzi, nell’appartamento al quinto piano del palazzo sul Lungotevere Flaminio 70, sarebbe stato stilato da una persona sprovvista dei titoli previsti per legge. Un piano dei lavori che, soltanto in seconda battuta, avrebbe ricevuto il via libera del geometra che avrebbe semplicemente vistato il prospetto.

I tramezzi. Il progetto prevedeva, appunto, l’abbattimento dei muri divisori. Lo smantellamento dei tramezzi, per i consulenti della procura, è stato la causa che ha scatenato il crollo degli ultimi tre piani del palazzo lo scorso 22 gennaio. Ora in quattro – l’ideatore del progetto, il geometra, l’impresario e forse anche lo stesso proprietario dell’appartamento – rischiano di finire iscritti sul registro degli indagati per crollo colposo da parte del procuratore aggiunto Roberto Cucchiari e dal pm Antonella Nespola.

La sicurezza. Nel frattempo, gli inquirenti hanno disposto il dissequestro del palazzo e le famiglie sfollate stanno rientrando nei rispettivi appartamenti. Tuttavia la procura ha dei dubbi sul livello di sicurezza dello stabile, per questo i magistrati, consigliati dai periti, hanno sollecitato il Comune a procedere con verifiche di tipo amministrativo per valutare la stabilità dell’edificio.

Materiali di bassa qualità. Dallo studio operato dai consulenti della procura – gli ingegneri Claudio De Angelis e Lucrezia Le Rose – emerge chiaramente che il palazzo non gode di “ottima salute”. Si tratta di un edificio vecchio di 80 anni, del 1936, costruito con materiali di bassa qualità e in cui gli stessi tramezzi giocano un ruolo di sostegno per l’intera struttura.

Quei muri divisori abbattuti. Diversi inquilini, stando alla relazione dei due professionisti, hanno in passato fatto abbattere i rispettivi muri divisori. Il proprietario dell’appartamento al quinto piano sarebbe stato l’ultimo, in ordine di tempo, ad operare questo tipo di lavoro dando il colpo di grazia ad una struttura divenuta traballante. In sostanza il palazzo era un edificio stressato da tanti interventi di modernizzazione, a cominciare dall’aggiunta di due piani dopo la fine della guerra. Perciò il compito dell’impresa, a cui era stata affidata la ristrutturazione dell’appartamento al quinto piano, era quello di operare

una sorta di studio storico del palazzo. L’azienda avrebbe dovuto verificare i lavori svolti negli altri appartamenti e infine intervenire.

“I vasi non c’entrano”. Al tempo stesso, gli ingeneri escludono che i vasi ammassati dall’architetto Lidia Soprani nel giardino prensile del sesto piano, abbiano inciso sul cedimento del soffitto, tant’è che il terrazzo avrebbe potuto sopportare un peso ancora più gravoso.

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