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15 feb

Roma, Daniele da Volterra corpi e sensualità. I colori del ’500 a palazzo Corsini

QUANTO è denso, quanto è fitto il nostro patrimonio artistico? Prigionieri come siamo del marketing dei grandi feticci fatichiamo a ricordarcelo. Così come scordiamo la densità della nostra storia dell’arte, sempre più ridotta alla top ten dei giganti celeberrimi. Da oggi, e fino al prossimo 7 maggio, la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini ospita due opere che ci permettono di recuperare la memoria su entrambi i fronti.

Di solito la tela con Elia nel deserto e la tavola della Madonna col Bambino, san Giovannino e santa Barbara sono invisibili, appese alle pareti di una illustre collezione privata di Siena, quella dei Pannocchieschi d’Elci: poterle ora ammirare in un museo pubblico basta a far comprendere quale sterminato mondo di colori e di figure sfugga ancora a una conoscenza di massa. E la loro straordinaria qualità aiuta a capire che perfino sotto l’ombra soverchiante di Raffaello e Michelangelo poterono fiorire grandissimi maestri: dei quali oggi, tuttavia, solo pochissimi conoscono e celebrano il nome.

È il caso dell’autore di queste due opere, Daniele Ricciarelli da Volterra, che abita qualche periferia dell’immaginario collettivo con il poco commendevole soprannome di Braghettone, affibbiatogli per aver accettato di velare le divine vergogne del Giudizio finale del suo adorato Michelangelo. Come osserva Vittoria Romani nel catalogo, la grande Madonna – da datare al 1548, e arrivataci in invidiabile stato di conservazione – è “l’opera più vicina alla Deposizione di Cristo ” che Daniele affrescò alla Trinità dei Monti, il capolavoro pubblico più noto dell’artista volterrano. Guardare alla meraviglia del colore di questa tavola è come un risarcimento per la diminuzione di quell’affresco grandioso, purtroppo in gran parte evaporato. Sotto il colore acceso della tavola, un disegno possente – leggibilissimo nelle riflettografie – struttura un incontro di corpi che conduce diritti proprio al Giudizio: ed è sensualissimo quello della santa Barbara, che lascia la sua grande torre sullo sfondo per stirarsi fino al primissimo piano, quasi volesse sbirciare il cartiglio marmoreo srotolato dal piccolo Battista con la complicità dalla Vergine.

Il profeta Elia, dal canto suo, giace con la stessa indolenza con cui certe figure orientali abitano i quadri dell’Ottocento francese. In questa tela, precedente alla Madonna, Daniele ripensa a un altro Michelangelo, quello giovanile della Volta della Sistina, guardandolo attraverso gli occhi del proprio maestro Perin del Vaga, a sua volta legatissimo alla lezione di Raffaello. Una genealogia eccezionale, onorata fino in fondo da questo profeta in abbandono, fermato mentre afferra una pagnotta dall’orografia lunare. Ebbene, sarebbe un vero peccato se, alla fine della mostra, questa coppia di capolavori tornasse nella sua inaccessibile collocazione senese. Lo Stato potrebbe invece decidere di acqusitarla, anche grazie al fatto che il vincolo di tutela che la protegge ne abbassa notevolmente il valore.

Sarebbe particolarmente felice tenerla unita, destinandola ad una collezione pubblica romana: magari a Palazzo Barberini, dove si trova un Matrimonio

mistico di Santa Caterina del Sodoma (indicato da Vasari come primo maestro del Ricciarelli) che ha la loro stessa storia (essendo anch’esso passato, per via matrimoniale, dagli eredi volterrani di Daniele alla collezione Pannocchieschi d’Elci). Per poterci permettere di assicurare al pubblico questi due quadri strepitosi basterebbe rinunciare a qualcuno dei troppi eventi effimeri in cui si dissipa il (poco) denaro destinato al nostro patrimonio: faremmo davvero un ottimo affare.

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