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17 mag

Roma, dopo il DalVerme e la Comunità sfrattato anche l’Init al Mandrione

Fino alla scorsa settimana non c’era traccia del filo spinato che ora volteggia sopra l’ingresso dell’Init. All’appello mancavano anche lo striscione con la scritta verde su fondo bianco “E allora… occupazioni!” e quel cartello che all’ombra dei resti di un antico acquedotto romano riassume in poche parole quanto toccato in sorte al locale di via della stazione Tuscolana: “La pubblica amministrazione vuole riprendersi tutti gli spazi sociali (lasciati al degrado) solo dopo che i lavori di autorecupero sono stati ultimati… e i fuorilegge siamo noi!?”.

Da quando chitarre e batterie hanno smesso di risuonare nel ventre di Dal Verme al Pigneto e anche il teatro La Comunità di Trastevere ha ricevuto la lettera di sfratto, è partita pure la silenziosa quanto appariscente protesta dei ragazzi dell’Init. A mettere sul piede di guerra i ragazzi che dal 2007 curano la selezione e la proposta artistica della struttura è stata una determinazione dirigenziale timbrata dal dipartimento Patrimonio del Campidoglio. “Secondo il Comune, saremmo morosi per qualcosa come un milione e 300 mila euro. Ma quel conteggio è tutto sballato: sono sbagliati gli anni presi a riferimento e la metratura è gonfiata di quasi un terzo. E poi non hanno considerato più di dieci anni di lavori sul disastro che abbiamo trovato qui dentro”, spiega chi ha deciso di barricarsi a oltranza dietro il cancellone nero della struttura che confina con un altro dei presidi culturali rimasti senza voce, il Circolo degli Artisti.

Per ricostruire la storia del live club, uno dei punti di riferimento della scena rock, punk, folk ed electro romana, bisogna aprire il volume “Affittopoli” al capitolo in cui si affronta la questione delle concessioni. Da quando la procura della Corte dei conti ha accelerato sul caso, dal Comune sono partite decine di determinazioni con cui, oltre allo sfratto, si chiedono gli arretrati a chi in passato ha avuto in affidamento uno degli immobili capitolini. Dall’inizio dell’operazione nello stesso calderone sono finite associazioni che si occupano di centinaia di malati di Sla e sedi di associazione legate più o meno direttamente a politici. Nel fritto misto è finito anche l’Init. Lo sfratto ora è un rischio

concreto e una delle ultime speranze per il locale gestito dall’associazione culturale L-Dopa è la giustizia amministrativa. Il Tar del Lazio ha già rigettato il ricorso contro la determinazione del Campidoglio: “L’amministrazione – si legge nell’ordinanza – è intervenuta per rimuovere una situazione contra legem”. Resta aperta la partita davanti al Consiglio di Stato. Ma in attesa della decisione, il palcoscenico dell’Init rimarrà muto.

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