Largo Brindisi, 18 - 00182 Roma - Tel. +39 06.70476902 - +39 338.6867391 - casamartinezroma@gmail.com

Single Blog Title

This is a single blog caption
31 ago

Roma, Esquilino e dintorni: il sogno multietnico infranto di Lagioia

L’Esquilino, il quartiere dove abito, è uno dei fallimenti più interessanti nel fallimento generalizzato di Roma. Alla fine degli anni Novanta (quando ancora ci si illudeva che l’Europa avrebbe preso un’altra direzione) si scommetteva sul fatto che quest’area abbastanza centrale che va da viale Castrense a piazza dei Cinquecento sarebbe presto stato il più moderno quartiere multietnico della penisola. Italiani, cinesi, indiani, pakistani, bengalesi avrebbero intrecciato le loro vite diventando l’avanguardia di una rivoluzione culturale in salsa mediterranea che avrebbe portato non solo integrazione, ma anche ricchezza esistenziale e benessere economico. Questo era il tipo di gergo che si usava allora, specie in ambienti progressisti.

Il quaritere negli anni non è esploso e non si è gentrificato. Il quartiere è crollato su se stesso sotto il peso di vecchie e nuove povertà. Questo non ha tuttavia trasformato l’Esquilino in una zona pericolosa, e in fin dei conti nemmeno in un umbratile quartiere in preda alla disperazione com’è accaduto per certi spazi dell’estrema periferia. L’Esquilino è diventato una sorta di vivace zona franca in cui si affonda tutti insieme. Poca violenza. Pochissimo razzismo. Niente integrazione come la si era immaginata. Poca bellezza ma anche poca solitudine. Nel quartiere ci sono ferrovieri, medici di base, artigiani, baby sitter, meccanici, sarte, artisti di vario tipo, giornalisti, massaggiatrici, commercianti e camerieri e lavapiatti di tutte le etnie, vecchie prostitute, ladri, baristi, extracomunitari con e senza lavoro, ricettatori, vagabondi, piccoli spacciatori, nonché un gruppo crescente di indigenti, barboni e alcolizzati che sono diventate le vere sentinelle della zona.

Come scrivevo, qui l’integrazione si è realizzata in modo molto diverso da come ci si aspettava. Le anime belle, negli anni Novanta, sognavano da queste parti la nascita di tutta una serie di aziende del terziario avanzato. Si sarebbe dovuto trattare di imprese multietniche, moderne, sostenibili, competitive. Case discografiche? Case editrici? Giornali? Catene di negozi alimentari? Marchi di abbigliamento? Software- houses? Non è mai stato davvero chiaro. Si immaginava a ogni modo che in queste imprese del futuro gli indiani ci avrebbero messo l’intelligenza, i cinesi la costanza, i nord-africani la salutare discontinuità del ritmo e gli italiani l’estro. Equipaggiati in questo modo, avremmo fatto concorrenza a Zara e magari persino a Google. È chiaro che non è successo.

Cos’è invece successo in questi ultimi vent’anni?

Esempio numero uno di integrazione.

Un ultrasettantenne male in arnese, magrissimo, senza quasi più denti in bocca. Italiano. Si chiama Renato. Non ha lavoro, non ha risparmi, non ha una casa di proprietà e nemmeno parenti a cui affidarsi. Sarebbe destinato alla strada se l’indiano titolare di un piccolo negozio di alimentari qui vicino, non avesse deciso di impiegarlo. Il vecchietto spazza per terra, rimette ordine tra gli scaffali e ha anche il tempo per oziare. E cosa fa durante le ore libere? Legge Tex. Nello splendido isolamento che riesce a creare intorno a sé (seduto per terra, in un angolo buio dell’alimentari) segue concentratissimo le avventure del ranger creato da Gian Luigi Bonelli. Legge Tex continuamente, compulsivamente, serissimamente.

E dire che lui stesso (il vecchio Renato) sembra l’incrocio tra un cheyenne sopravvissuto al massacro di Sand Creek e il classico vecchietto dei western. Non l’ho mai visto ridere. Alle sei del mattino, quando l’alimentari non è ancora aperto, lui è già lì. Lo vedevo quando estraevo lo scooter dall’immondizia e lo vedo tutt’ora quando vado a lavorare. Renato seduto sul marciapiede che mastica le proprie stesse gengive in attesa che l’esercizio commerciale apra.

Molte ore dopo, durante la pausa pranzo, circondato dai datori di lavoro indiani, si dedica alla sua passione. Tex Willer. Il risultato di tanta dedizone è interessante. Non è Tex a trasformare il vecchio Renato in un’icona pop come avrebbero preteso i professori di sociologia di vent’anni fa.

È il vecchio Renato ad attirare nell’irresistibile gorgo della nuova indigenza questo fumetto, cambiandone la destinazione d’uso, da intrattenimento della

modernità alfabetizzata (i baby boomer, una certa classe media, addirittura il pubblico intellettuale, Sergio Cofferati) a divertimento popolare della dopomodernità priva di risorse. In questo, il vecchio Renato è molto più vicino ai proletari della vecchia Inghilterra che si scambiavano l’un l’altro i fascicoli del Circolo Pickwick quando usciva ogni nuova puntata.

(Brano tratto dal libro “Esquilino” delle edizioni dell’Asino)

es_ES
it_IT
en_US