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20 giu

Roma, il bus della sinistra non ferma più da nessuna parte

Raccontava Walter Tocci che, prima di diventare assessore e figura chiave delle amministrazioni di centrosinistra degli anni Novanta, quando era solo un giovane militante del Pci, prendeva ogni giorno l’autobus per tornare a casa, dal centro in periferia. “Era un viaggio lungo e faticoso. Mi consolavo però pensando che a ogni fermata che mi allontanava dal centro aumentavano i voti del mio partito, il vecchio Pci. Oggi accade esattamente il contrario”. La perdita di consensi della sinistra in periferia non è una questione nuova e non è l’unica spiegazione del tracollo del Pd e di Roberto Giachetti al ballottaggio. Ma è parte rilevante di una sconfitta che, nei quartieri un tempo forzieri di voti, ha toccato vette storiche. A Roma il voto alla sinistra si è contratto in una ridotta minoritaria e conservativa: il malcontento è generale, ma il disagio per chi ha il marciapiede sporco nel Tridente non è paragonabile a quello di chi ce l’ha sporco a Torre Maura, in più senza servizi, senza lavoro e senza futuro.

“Qui non si poteva vincere”, ha spiegato Giachetti a scrutinio fresco, riferendosi agli effetti della farsa Marino e di Mafia capitale. Forse l’affermazione è vera in sé, e magari davvero non c’era candidato o programma che potesse sottrarre i dem al loro destino dopo i disastri degli ultimi anni, e però l’aver perso di quasi 40 punti in una città che nell’ultimo quarto di secolo ha espresso una maggioranza strutturale di centrosinistra, persino nell’anno in cui vinse Alemanno, dovrebbe sconsigliare il ricorso alle semplificazioni. A cominciare da quella che individua il problema nella confluenza dei voti di destra su Raggi. La questione non è nei 300 mila voti arrivati in più alla sindaca al ballottaggio, quanto negli oltre 400 mila conquistati da M5S al primo turno pescando a piene mani nel bacino elettorale un tempo di sinistra. Il Pd dovrebbe interrogarsi sul perché i propri elettori della Garbatella, del Tiburtino e di Spinaceto abbiano scelto di stare a casa o di premiare Raggi. Che i voti di Meloni siano andati domenica contro il candidato della sinistra, è prassi. Certo, c’è la rabbia per come è andata con Marino, c’è il disgusto per i capibastone dem a libro paga di Buzzi e Carminati.

Il punto è cosa abbia fatto il Pd per mitigare questa rabbia, quale idea di città abbia messo in campo, ammesso che ne abbia ancora una e che possa definirsi partito un cartello di comitati elettorali impegnati da più di 10 anni in una guerra per bande. Essere all’altezza delle sconfitte non è meno difficile che gestire i successi e di spiegazioni adeguate, finora, non se ne sono viste. Passi indietro, nemmeno. Forse i circoli sono stati bonificati dal malaffare, come rivendicano il commissario Matteo Orfini e l’ex ministro Fabrizio Barca, certo non devono essere troppo vivi e partecipi se nessun segretario di sezione o iscritto di periferia è riuscito a trasmettere ai vertici l’evidenza che puntare sulle Olimpiadi non avrebbe spostato di una virgola i rapporti di forza. Il ballottaggio come referendum sui Giochi del 2024? Ecco la risposta: 79 per cento a M5S a Tor Bella Monaca, 76 per cento a Ostia, 69 per cento a Casal Bruciato.

Nessuno dei passi compiuti per rimediare allo sfacelo degli ultimi anni è apparso guidato da una logica politica. Prima del voto è stata rotta un’alleanza larga di centrosinistra che a Roma reggeva dal 1993, e che peraltro guida ancora la Regione, senza che sia emersa una ragione concreta, intelligibile dagli elettori, tranne la reciproca ansia di contare le rispettive truppe. Ora c’è la risposta: sono poche e sparse. L’unico vero argomento usato in campagna elettorale – prima della controproducente idea di tentare una sorta di spallata giudiziaria preventiva – è stato la serietà e la competenza di Giachetti e della sua squadra rispetto all’impreparazione di Raggi. Lo stato maggiore dem concionava di tecniche amministrative mentre Raggi difendeva il referendum sull’acqua pubblica, attaccava gli appetiti dei costruttori e citava il sindaco comunista Argan sul problema della casa. Sono puerili le ipotesi sull’introduzione di forme di baratto? Utopici i chilometri di ciclabile? Mettiamo di sì. Ma a molti elettori, già fiaccati dal vedersi presentare la riparazione delle buche stradali come un programma di visione strategica, sono apparsi una boccata d’aria, un progetto di svolta, forse illusoria, ma più degna di investimento. Si è fatta facile ironia sulla funivia di Boccea, i cui cittadini sono probabilmente più tentati dall’idea di vedersela realizzare che dall’anelito a completare le Vele di Calatrava a Tor Vergata, scheletrico memento sugli sprechi dei Mondiali di nuoto del 2009.

Vedremo se Raggi sarà in grado di rispondere alle speranze – alte – che ha suscitato. Di certo non è scommettendo al buio sul suo fallimento che la sinistra recupererà un ruolo: a Roma il Pd non

è più il partito del cambiamento. Non ha un identità. Non ha linfa vitale. Raggi è arrivata al Campidoglio partendo, anni fa, da un banchetto sul nucleare allestito davanti alla fermata metro Battistini. Fin quando il Pd non potrà almeno sperare di portare a sfidarla un ragazzo cresciuto con le stesse premesse, uno che come il Tocci di trent’anni fa oggi attraversa la città in bus per andare al lavoro, sarà difficile riaprire la partita.

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