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6 lug

Roma, la morte di Beau. “L’ombra di Galioto su un altro delitto”

IL Tevere inghiottisce i segreti di Roma. Tanti, ma non tutti. Alcuni tornano a galla e uniscono, a un anno di distanza, le storie di due corpi portati via dal fiume. Beau Solomon, lo studente americano che nella città eterna ha vissuto appena 16 ore, e Federico Carnicci, il 27enne pistoiese artista di strada scomparso il 7 luglio del 2015 e restituito dal fiume dieci giorni dopo. A legarli insieme, la figura di Massimo Galioto, il senza fissa dimora da ieri principale indiziato per aver prima malmenato e dopo gettato nel Tevere il 19enne del Wisconsin.

Il fiume però non dimentica e a un anno di distanza dalla scomparsa di Carnicci restituisce una nuova porzione di verità, contenuta in un verbale di denuncia depositato il 7 luglio del 2015 presso il commissariato Trevi, lo stesso che oggi indaga sulla morte di Solomon.

A raccontare la sua versione sulla scomparsa di Carnicci è un teste chiave: Carlo Laganà, amico di Galioto e membro del gruppo di punkabbestia che stazionava sotto il ponte. “Nella nottata odierna – dice – mi sono accorto che il nostro amico Federico Carnicci si era gettato nel Tevere, probabilmente perché aveva bevuto troppa birra ed aveva perso l’equilibrio. Assieme al mio amico Massimo Galioto siamo riusciti ad afferrarlo e a farlo uscire dall’acqua. Una volta tranquillizzato il nostro amico ci siamo rimessi a dormire fino alle 7 di questa mattina. Quando ci siamo svegliati, mi sono accorto che Federico non stava dormendo nel suo sacco a pelo e non era neanche nei paraggi”.

È il fiume che l’ha rapito e l’ha portato lontano, proprio come è successo a Beau Solomon, ritrovato lunedì dopo un viaggio che da ponte Garibaldi si è concluso solo tra i canneti di ponte Marconi.

La ricostruzione di Laganà è piena di lacune, ma pochi giorni dopo il procedimento si chiude con una richiesta di archiviazione perché – si legge nelle carte – “il decesso di Carnicci appare riconducibile a cause naturali estranee all’azione di terzi”.

Ma oggi, a un anno di distanza e dopo l’ennesima tragedia del Tevere, tante voci del mondo sotterraneo che frequenta le sponde del fiume cominciano a parlare, denunciando che i rapporti tra Galioto e Carnicci erano già molto tesi. “I due – racconta l’avvocato Carmine Alessandro De Pietro, legale della famiglia Carnicci – erano stati visti litigare e Federico, quando era ancora in vita, riportava ecchimosi e ferite sul corpo frutto di una colluttazione”.

Alla teoria del ponte maledetto e dei compagni di sbronze che si agitano nelle notti alcoliche di Trastevere, si sostituisce oggi quella del filo rosso, del mistero inghiottito dal fiume e restituito un anno dopo alla luce della verità. Una verità per il momento parziale, ma sufficiente

per disegnare la fisionomia di un gruppo pericoloso, una compagnia stabile di 6, 7 persone alla quale si aggiungono di tanto in tanto nuovi parvenu dell’emarginazione per vivere insieme di espedienti, spostandosi tra ponte Garibaldi e ponte Milvio. Musicanti, giocolieri, saltimbanchi improvvisati tra il verde e il rosso di un semaforo, a volte lucidi, a volte fatti di strammonio, l'”erba del diavolo” dalle proprietà allucinogene che cresce sulle sponde del Tevere.

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