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9 ago

Roma, la pena infinita del detenuto Tito: un mese per ogni minuto di ritardo

Dieci mesi per dieci minuti di ritardo, trenta giorni agli arresti per ogni giro della lancetta sull’orologio dei secondi. Altri conti in sospeso da aggiungere a quelli da saldare. In una partita che non sembra chiudersi mai.

È quello che tocca a Tito, dagli agi di una tranquilla vita borghese al girone infernale del carcere e poi sempre più giù in una spirale di guai, verdetti, balordaggini e condanne che rendono la sua vita, già grama, un inferno in terra.

Una tortura, confida ai suoi, per gli anni di pena che si sommano e che fatalmente, rischiano di essere di più di quelli che gli restano da vivere con un male che lo divora e un trapianto che tarda arrivare.

Lentamente, ma inesorabilmente, Tito è andato a fondo. Ci ha messo del proprio, ma molto lo ha fatto la ruota della giustizia, muovendosi alla cieca come un ingranaggio impazzito ma capace di colpire sempre e comunque fino a stritolare.

La prima volta in carcere fu per un errore. Aveva 27 anni allora, Tito: una moglie e una figlia appena nata. Un lavoro da odontotecnico affermato e qualche digressione con l’eroina. Era riuscito a ripulirsi quando lo coinvolsero in una storia di droga. Promettevano di buttare via la chiave ma finì assolto.

Senza un soldo di risarcimento. Con la fedina penale illibata e la vita macchiata. Dalle smorfie degli ex amici e dalle lusinghe dei nuovi conosciuti dentro. Sfregiata dal carcere che non fortifica se non quelli che la galera se la mangiano a morsi.

Tito non era di quella pasta. E una volta fuori, persi gli agi qualche reato si mise a farlo per davvero. La droga, perlopiù, e l’incauta ospitalità a un tipo che viaggiava armato e che gli lasciò il “ferro“ in casa, accompagnandolo con un biglietto di sola andata per un altro po’ al fresco. Un passato “burrascoso”, dice lui. Che provò anche a rimettersi in carreggiata mentre gli anni, tra una grana e l’altra correvano via. Riaprì lo studio, prese la laurea in Medicina, ma ora alla porta bussavano poveracci e disperati per una protesi da pagare con comodo. La moglie che nel frattempo ha guadagnato la pensione, dividendosi tra il lavoro di impiegata di banca e le visite al carcere racconta che lui non diceva mai di no e anche per questo finì per procurarsi altri guai. Poi arrivò la malattia al fegato e la condanna definitiva per l’arma. Tre anni e due mesi. Passati da un pezzo i cinquanta, chiese e ottenne di curarsi fuori.

Ma non da uomo libero come avrebbe voluto. Gli concessero di scontare la pena a casa con una finestra di due ore al giorno per uscire e curarsi. E quello che doveva essere uno spiraglio è diventata la sua trappola. Controlli delle forze dell’ordine a ogni ora che hanno spinto la moglie a cercarsi un’altra casa, inseguita dall’incubo delle divise. Una trafila sfibrante per farsi autorizzare ogni spostamento in ospedale, fuori dagli orari, ricoveri mancati e cure saltate.

Tito è rimasto da solo a far la conta delle pasticche da mandar giù, delle ricette e dei controlli, a cerchiare in rosso sul calendario

i giorni delle visite. Sarà per i farmaci, sarà per il male, ogni tanto perde il contatto con la realtà e gli capita di dimenticare di guardare l’orologio e far tardi alla conta delle 11. Una prima volta lo hanno graziato, una seconda la roulette gli ha riservato 1 anno e mezzo da sommare a quelli della pena residua e una terza, l’ultima, 10 mesi per 10 minuti da aggiungere a tutti gli altri. In un tempo che si dilata e che lui, teme, sia comunque breve.

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