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3 mag

Roma, liceo Ripetta: “In quegli anni spensierati ho imparato ad amare l’arte”

Scrivere dell’esperienza vissuta al Liceo Artistico di Via di Ripetta mi riempie di emozioni, perché ricordo quegli anni spensierati, durante i quali ho iniziato a conoscere il “mondo dell’arte”. Ho frequentato il liceo dal 1968 al 1972, anno nel quale mi sono diplomato. Dopo sono andato all’Accademia delle Belle Arti, lì davanti al liceo.

Ricordo come se fosse ieri il primo giorno delle superiori. Entrai con qualche minuto di ritardo e i miei futuri compagni erano già sistemati dietro ai cavalletti. Ero spaesato (come un ragazzo di quattordici anni all’inizio di una nuova esperienza) e chiesi subito al professore se ci fosse una sedia libera per sedermi. Lui mi rispose in maniera apparentemente “burbera”: “Vuoi una poltrona? ……Vatti a trovare uno sgabello!” Non sapevo che la sedia lì venisse chiamata sgabello. Tutto rosso in viso, trovai uno sgabello libero e mi sedetti dietro ad un cavalletto, come i miei compagni.

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Solo alcuni di noi però avevano gli strumenti precisi per disegnare. Tra di noi c’era chi si era portato un album o una matita; chi un quaderno; chi come me un foglio (formato settanta per cinquanta centimetri) con una tavola (indicazioni che erano state date in segreteria al momento dell’iscrizione).

Misi la tavola, che solo più tardi scoprii chiamarsi “stiratore”, sul cavalletto, presi il foglio e lo fissai con puntine a tre punte agli angoli della tavola, pensando che il foglio si sarebbe retto bene. Con l’esperienza ho capito che quelle puntine non erano sufficienti a reggerlo stabilmente.

Il professore ci disse di scrivere in alto al foglio il nostro cognome. Io scrissi il mio, ma lo scrissi per tutto il lato orizzontale del foglio, ossia lungo i suoi cinquanta centimetri.

Iniziammo a disegnare la forma di busti classici in gesso, non più totalmente bianchi a causa dell’uso, che il professore aveva messo davanti a noi. Non eravamo in grado ovviamente di riconoscere l’inizio dell’arcata sopraccigliare o riprodurre esattamente la forma dell’occhio, delle labbra e degli altri particolari e pertanto provammo ad abbozzare una forma simile ai busti che facevano da esempio. Il professore passava tra i cavalletti e quando vide il mio foglio disse ad alta voce: “Ma così si firma? Che sei Michelangelo? Nemmeno lui scriveva così il suo nome”.

Quelle parole, che più volte mi sono tornate alla mente, mi hanno aiutato a riflettere sulla mia personalità e ad imparare a conoscere quel professore apparentemente burbero.

Era il professore Dante Ricci, insegnante di figura disegnata. Con il tempo scoprii che era molto affettuoso. A lezione a volte raccontava della sua vita e di problemi economici che aveva avuto in passato. Ci disse che aveva imparato dalla sua famiglia di origine ed in prigionia, nel corso della seconda guerra mondiale quando aveva sofferto la fame, che il pane tagliato deve essere sempre finito perché non può essere sprecato ed i pezzi tagliati induriscono. Insegnamento che aveva trasmesso anche ai suoi figli e che per me fu il primo di tanti che ricevetti nel corso del liceo.

Il professore Ricci fu nostro insegnante per i primi tre anni. Il quarto anno il corso di figura disegnata fu affidato a Saro Mirabella. Sia Ricci che Mirabella erano pittori che esponevano costantemente nelle gallerie d’arte di allora. Una volta il professore Mirabella, passando tra i cavalletti, strappò un pezzo di giornale, sul quale era riprodotta un’immagine e il motivo fu presto svelato. Infatti rivolgendosi al suo assistente Blasi, disse: “Mi serve per quel quadro che sto facendo”.

Di ricordi come questo ne ho molti, apparentemente insignificanti e che invece mi hanno aiutato a crescere. Tutti i professori contribuivano alla nostra crescita artistica. Tra loro vi era Mario Cimara, insegnante di ornato disegnato. Il Professore Cimara ci insegnò diversi modi di fare il chiaro-scuro ed i vari tipi di tratteggio.

Un giorno accadde quell’evento che tutte le scuole superiori subiscono ciclicamente: lo sciopero bianco degli studenti, i quali per dimostrare che il “potere” non è esclusivamente nelle mani dei professori decidono di occupare la scuola (termine usato impropriamente per sottolineare che la scuola è degli studenti che la occupano e impediscono ai professori di svolgere regolarmente l’attività didattica). Lo sciopero consisteva nel restare a casa, nel partecipare ad assemblee in cui si ribadivano i propri diritti oppure nello stazionare fuori da scuola ad osservare cosa stava accadendo.

Eravamo in pochi davanti al liceo quando il professore Cimara venne da noi ed apostrofandomi per cognome, disse che dovevamo entrare perché scioperare non portava a nessun risultato. Incerti sul da farsi, i miei compagni presenti lì fuori ed io decidemmo di entrare. Il professore non fece lezione ma ci illustrò alcune immagini di performance d’arte stampate su un libro. Poi venne vicino a me e guardando fuori dalla finestra mi fece notare come i teli di paglia, posti sopra alle strutture dei tubi innocenti e necessari per la pulitura di un palazzo di fronte alla scuola, con il movimento disegnassero immagini interessanti. Infatti alcuni lembi di questi teli erano spostati e creavano un’alternanza di chiari e scuri veramente particolare. Quel giorno imparai molto di più di quanto solitamente imparavo durante le normali lezioni.

Alla fine del liceo, chiesi al

professore Cimara di consigliarmi quale Scuola seguire all’Accademia. Mi rispose che se ero interessato ad una pittura astratta avrei dovuto seguire Luigi Montanarini; se invece ero interessato ad una pittura più decorativa per me sarebbe stata adatta la Scuola di Franco Gentilini; infine se volevo imparare a disegnare bene una mano senza dubbio avrei dovuto seguire la scuola di Alberto Ziveri.

Scelsi Alberto Ziveri…ma questa è un’altra storia.

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