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14 mag

Roma, lucciole in strada vicino agli asili: rischiano il carcere per atti osceni

Atti osceni in luogo pubblico. È con questa accusa che la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque prostitute. Donne alle quali viene contestato il fatto di aver passeggiato in abiti discinti o di avere avuto atteggiamenti molto volgari, a poca distanza da luoghi frequentati da bambini. Vicino a parchi, scuole, asili e ludoteche e qualsiasi altra struttura che richiami bambini. I magistrati di piazzale Clodio ritengono che questi atteggiamenti non solo siano diseducativi per i piccoli, ma che, per di più, siano penalmente rilevanti. Si tratta infatti solo delle prime richieste, ma l’intenzione dei pm è esattamente quella di punire tutti gli atteggiamenti di questo tipo.

In Italia la prostituzione non è reato. Proprio per questo le forze dell’ordine, anche di fronte alle situazioni di degrado spesso denunciate da cittadini e genitori, non avevano molte possibilità. Potevano soltanto chiedere a chi vende il proprio corpo sulla strada, di spostarsi altrove. Ma con risultati spesso nulli. Tutto questo generava (e genera) situazioni molto spiacevoli, soprattutto se in quartieri, strade o zone frequentate dai minori. Ma un conto è prostituirsi, un conto è farlo in perizoma e reggiseno o simulando atti sessuali a pochi passi da una scuola.

Meno di un anno fa, anche il legislatore, depenalizzando il reato di atti osceni, ha stigmatizzato chi lo commette, si legge nel codice, «all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi assistano». Per costoro è stato previsto addirittura il carcere. Ed è proprio questa la ratio che ha spinto la procura della repubblica guidata da Giuseppe Pignatone a correre ai ripari: non una lotta alla prostituzione, sia chiaro, ma la necessità di tutelare i più piccoli che non devono essere sottoposti a spettacoli di questo tipo. Nella convinzione che chi si vende (e lo fa con abiti o con atteggiamenti osceni) a pochi metri da un parco o da una scuola frequentata da bambini, possa (e debba) essere punito.

L’unica discriminante, però, per contestare questo reato è che, appunto, ci siano gli atti osceni. Che, secondo il procuratore aggiunto Maria Monteleone che coordina il pool di magistrati che si occupano dei reati contro donne e minori e che ha chiesto il rinvio a giudizio, si configura se le donne (o le trans) in questione indossano abiti talmente discinti da lasciare poco spazio all’immaginazione. O se indugiano in atteggiamenti assolutamente triviali, cosa che accade. D’altronde sulle strade di Roma non è raro vedere squillo che indossano lingerie ridotta al minimo

o che si lasciano andare a gesti e parole particolarmente sconci. Ecco, questo non si può fare, secondo i pubblici ministeri (oltre che secondo il legislatore), se si è vicini a un asilo o a una scuola. O a qualsiasi altro luogo che richiami bambini.

Il reato contestato prevede una multa amministrativa che va dai 5 ai 30mila euro. E, appunto, per chi lo fa nelle immediate vicinanze di luoghi frequentati da minori, anche la reclusione da quattro a sei mesi di carcere.

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