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29 mar

Roma, Mafia Capitale, Carminati: “La guerra non è ancora finita. E io non ho bisogno di nessuno”

“Della Banda della Magliana io ero amico di Franco Giuseppucci. Abitava a 50 metri da casa mia. Ci conoscevano da ben prima della banda. Io facevo politica e anche lui era vicino politicamente a me. Per me era un amico ma sia chiaro: non c’è nessuna proprietà transitiva. Anche gli altri li conoscevo ma non c’erano rapporti con loro. Erano bravi ragazzi. Ovviamente parlo dal mio punto di vista: non sono mai stato una mammoletta. In quel processo quello che dovevo pagare ho pagato: secondo gli inquirenti avevano trovato delle armi riconducibili a me nel deposito al ministero della Sanità. Io la droga non l’ho mai venduta. I pentiti della banda hanno sempre escluso un mio coinvolgimento nel traffico degli stupefacenti. Ed è cosi”.

Così Massimo Carminati, nel secondo giorno di esame, dal carcere di Parma, nell’aula bunker di Rebibbia per il processo Mafia Capitale.

“L’agenzia del crimine, come è stata definita la Banda della Magliana, non esisteva. Anche il capitano del Ros lo ha detto. Cosi l’ha chiamata Domenico Sica ed allora era diventato un fatto mediatico. Era un’ipotesi da cui siamo stati tutti assolti” ha spiegato Carminati. In risposta alle domande del suo avvocato, Ippolita Naso, ha ricostruito un’intercettazione nella quale negava di “essere stato l’anello di congiunzione mancante tra realtà politica e criminalità organizzata”: “È cosi. Uno può raccontare tutte le favole che vuole. La vita è vita, il romanzo deve a nutrire la mente della gente nel tempo libero. È intrattenimento”.

“Non è una novità che ero in guerra e a quanto pare la guerra con il mondo non è finita, come vede sono l’unico al 41 bis in attesa di giudizio”. L’ex Nar è tornato ancora una volta sul suo passato quando l’avvocato gli ha chiesto di spiegare il senso delle sue intercettazioni relative alla vicenda della Banda della Magliana. “Io posso stare solo contro tutti – ha aggiunto – a me non fa paura”.

“Io – ha aggiunto Carminati – la faccio da solo la guerra, non c’ho bisogno di nessuno. È sempre meglio fare la guerra solo contro tutti che tutti contro uno. Fanno la fila per ammazzarmi, non c’è problema. Ma sarà dura per tutti”.

L’ex Nar ha poi ricordato il giorno in cui fu ferito in una scontro a fuoco con la Digos, il 21 aprile del 1981. “Sono stato ferito in un appostamento della Digos. Ci hanno sparato come cani, sulla macchina sono stati trovati 145 colpi. Ci hanno sparato e basta, io ero dietro in macchina non sono neanche sceso”.

Ma Carminati non ha recriminazioni da fare. “Erano altri tempi, era giusto che andasse così in quel momento e non mi interessa neanche spiegare. Non mi sono costituito neanche parte civile”. Poi, rivolgendosi ad uno dei magistrati dell’accusa, Luca Tescaroli, definito “un buon nemico” ha aggiunto: “Lei non mi può smentire, sa che stanno le cose. Quelle erano le regole d’ingaggio di quei tempi. Punto. Non sono andato a lamentarmi, a piagnucolare. Mi sono fatto la mia galera, e 40 interventi di ricostruzione”.

“Io

considero il pm Luca Tescaroli equanime” ha continuato. “Non è cattivo solo con me, è cattivo con tutti. Ma ritengo che sia meglio avere un buon nemico, che è sincero, piuttosto che un pessimo amico”. Per poi continuare: “In questo processo i miei amici si sono rivelati pessimi amici. Mentre rispetto molto il pm Tescaroli che è l’unico più cattivo di me, ma lo è con me e con gli altri. Per me è un complimento”.

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