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28 feb

Roma, Mafia capitale, da Finmeccanica agli incontri col Nar latitante: così Testa racconta la holding Carminati

Da manager per una società di Finmeccanica e poi di Enav a tuttofare di Carminati e Buzzi. Fabrizio Testa – definito “testa di ponte dell’organizzazione” nell’ordinanza Mondo di Mezzo che lo porta in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso il 2 dicembre 2014 – viene interrogato per 8 ore nell’aula bunker di Rebibbia nel corso della 184esima udienza del maxiprocesso Mafia capitale. Gli avvocati Ippolita e Giosuè Naso tentano l’impossibile nel corso dell’interrogatorio al loro assistito: le intercettazioni e le prove che lo inchiodano sono tante. Ma lui sceglie di sottoporsi all’esame e più parla più esce fuori il suo ruolo da faccendiere della holding di Buzzi e Carminati. Con le sue parole vuole accreditarsi come un uomo che si trova al momento giusto di fronte alle occasioni più ghiotte, solo per coincidenza. Ma non sembra convincere. Perchè le sue amicizie e le circostanze lo collocano, nel corso delle otto ore di domande e risposte, in situazioni che hanno scritto la storia giudiziaria (in negativo) della Capitale.

I telefoni “dedicati e l’affaire Finmeccanica. “Usavo schede telefoniche dedicate perchè Carminati mi disse di fare così. Era ossessionato dall’essere controllato. Mi disse che era intercettato sulla questione Finmeccanica (Buzzi, in una telefonata disse che “Massimo era quello che portava le buste con le mazzette in Finmeccanica”, ndr) e che dovevo usare un telefono dedicato per comunicare con lui e con Buzzi pechè non voleva infettarmi. Era una forma di tutela nei miei confronti, una carineria. Mi disse che non poteva aprire società nè conti correnti perchè altrimenti le parti civili del processo per il furto al caveau (alla banca interna a Palazzo di giustizia di piazzale Clodio, ndr) gli avrebbero tolto tutto”. Si passa poi ai suoi rapporti con Lorenzo Cola, l’ex consulente di Finmeccanica arrestato l’8 luglio del 2010 per riciclaggio aggravato. A Cola, consulente personale del presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, e della moglie e amministratore delegato di Selex, Marina Grossi, la procura contestò il riciclaggio di 7 milioni e mezzo di euro versati dal gruppo di Gennaro Mokbel. L’avvocato di Libera Giulio Vasaturo chiede a Testa dei suoi rapporti con Cola e dei rapporti tra quest’ultimo e Carminati (è agli atti che Cola regalò al Cecato la katana rinvenuta durante una perquisizione a casa). “Lorenzo Cola mi fu presentato da Guarguaglini quando ero consigliere di una società di Finmeccanica. Mi disse: questo sono io, quando parli con lui è come se parlassi con me”. Sui rapporti tra Carminati e Cola dice di non sapere.

Le tangenti-truffa e il “conto Elvis”. La procura, nel giorno del suo arresto, trova a casa di Fabrizio Testa una cartellina con dentro un documento scritto a mano chiamato “il conto Elvis”. “Elvis so’ io”, dice al telefono. La prova delle tangenti percepite dalla holding di Buzzi e Carminati, secondo i pm del pool dell’Antimafia (Luca Tescaroli, Giuseppe Cascini e l’aggiunto Paolo Ielo) in cambio dei favori che Testa garantiva piazzando gli uomini graditi all’organizzazione negli uffici strategici e nelle partecipate del Campidoglio è proprio in quel documento. Ma Testa la spiega così. “La verità è che io millantavo e mentivo. Ho passato un periodo in cui dicevo bugie. Voglio specificare però che io da Buzzi ho preso solo 30mila euro” attraverso due fatture fittizie fatte da un commercialista a una società. “Ma in realtà non è una corruzione. Mi dispiace dirlo ma io ho preso in giro Buzzi. L’ho truffato, mi sono fatto pagare 30mila euro dicendogli che mi sarei mosso tramite Gramazio per fargli aggiudicare la gara Cup della Regione. Invece non feci proprio niente. Millantai, tanto lui mi credeva”.

In viaggio dal latitante del Nar. Quanto ai suoi viaggi a Londra dove frequentava e veniva ospitato da Vittorio Spadavecchia, il militante del Nar che nel 1982 uccise il commissario della Digos romana Franco Straulli e altri poliziotti, latitante e mai estradato dall’Inghilterra, Testa spiega: “Sì sapevo che era latitante e che era un ex Nar, ma lui e la moglie li ringrazierò per tutta la vita. A Londra mi aiutarono solo per quanto riguarda una questione di salute legata a mio figlio”. Respinge ogni tipo di domanda che possa collegare quell’amicizia e quella frequentazione al riciclaggio di denaro di Carminati.

Risse e rapine nel Pdl. “Bianconi, un nostro militante di destra che tutti conoscevamo come psicopatico, un giorno picchiò Gramazio”. Ma, benchè dalle intercettazioni telefoniche col Cecato risulti evidente che Testa voleva organizzare una tutela per Luca Gramazio ed era in cerca di protezione da parte dell’ex Nar, lui nega: “Ne parlai con Massimo così, tanto per dire. Così come ne parlai col comitato elettorale che avevamo a Ostia a sostegno del candidato alle municipali Cristiano Rasi, informando i colleghi di partito che Gramazio era stato aggredito e andava difeso”. Colleghi di partito a fasi alterne, perchè è proprio dei suoi compagni politici che dubita quando, nel circolo di piazza Verbano di Gramazio avviene una rapina. “Ho pensato fosse stato uno dei nostri sì, perchè Gramazio non era molto ben visto all’interno del partito”. Non spiega però l’eventuale “usanza” del Pdl di fare rapine con pestaggi nei circoli del proprio partito per far fuori, dall’interno, un uomo sgradito.

Il “capo” di Ostia. “Fui io a presentare Buzzi a Tassone, ma io parlavo e mi confrontavo sempre con Paolo Solvi (un ex politico di Ostia già condannato con rito abbreviato). Voglio specificare però due cose: la prima è che per come conosco io Tassone, pur appartenendo a due opposti schieramenti politici (lui sinistra e io destra) posso dire che non è una persona capace di chiedere soldi nè di farsi corrompere: è troppo onesto. Ed è lo stesso Buzzi a considerarlo, all’inizio, uno che fa chiacchiere ma non sostanza. La seconda è

che quando parlo di “capo” al telefono mi riferisco a Cafaggi (un dirigente del X Municipio, ndr) non a Tassone. Attraverso Solvi io volevo che Cafaggi firmasse un subappalto per le potature degli alberi per una mia ditta. E quando insisto se il capo ha firmato e se Solvi ha parlato col capo è a Cafaggi che mi riferisco. Tassone non avrebbe potuto firmare nulla, era una questione amministrativa che solo l’ingegnere poteva risolvermi. E così fece”.

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