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8 feb

Roma, Mafia Capitale, le mazzette in casa: “Non ho tanta fiducia nel sistema banche”

Cinquecentosettantaduemila euro in contanti nascosti in buste del Comune di Roma trovati nella cassaforte a muro della villa. “Sa, non credo nel sistema banche, per questo tenevo tutto questo contante a casa”. La risposta di Claudio Turella, il funzionario del X Dipartimento arrestato per corruzione nell’inchiesta Mondo di mezzo, fa sorridere anche il suo difensore. Nell’aula bunker di Rebibbia, alla 174esima udienza di Mafia Capitale, il dipendente comunale nega che tutto quel contante fosse provento di tangenti percepite in cambio di favori dalle coop di Buzzi.

E così spiega i 572mila euro in contanti: “Ho ricevuto donazioni dai miei genitori, poi lo stipendio di mio figlio, dipendente Ama, lo tenevo io lì, ho venduto case, e ci mettevo anche i soldi dell’affitto di una casa che ho nelle Marche”. Tutto nascosto lì, accumulato contante su contante dal 1984. Perché “non è che mi fidavo tanto delle banche”. Salvo poi nel corso dell’interrogatorio affermare che “per me investire in borsa era un hobby” e scoprire che suoi due conti correnti aveva 300mila euro.

Turella rispetto al tesoro custodito in casa, specifica anche di aver assunto negli anni “tanti lavori in nero”, lavori extra al suo impiego da funzionario pubblico “perché a Roma avevo un nome e avevo molte più soddisfazioni economiche dal privato che dal pubblico”. Poiché l’accumulo di contanti comincia nell’84, l’avvocato di Libera Giulio Vasaturo, gli domanda come abbia cambiato quel denaro dalla lira all’euro.

E Turella entra nel pallone. “Mi aiutò a cambiarli un amico ora morto e Antonio Passarelli di Ecoflora”. Il pm Luca Tescaroli si limita a un controesame puntuale ma breve: l’imputato ha già pensato da solo a confermare, nel tentativo di salvarsi, il motivo per cui a oggi è agli arresti domiciliari.

Nella giornata processuale, molto intensa, altri 5 imputati hanno parlato, rendendo spontanee dichiarazioni: l’ex dipendente Acea Mario Schina, “gli ‘ndranghestisti” (così li chiamava Buzzi) Ruggiero e Rotolo, l’imprenditore Pulcini e l’ex presidente del X Municipio Andrea Tassone.

Accuse pesanti quelle che l’ex minisindaco di Ostia ha fatto in aula: “Ho letto nell’ordinanza che il Ros ha usato, come fonte per informazioni sul mio conto, cose scritte da due soggetti che lo stesso ex assessore Sabella in questa aula ha definito appartenere a finte associazioni antimafia. Mi avevano minacciato di combinarmi “un casino” se non avessi dato loro l’assessorato al Turismo quando sono stato nominato presidente del Municipio. Io mi opposi e li denunciai. Volevamo il mio male e ci sono riusciti”.

Quello che ha trascinato Tassone nel maxiprocesso è però altro: gare ad hoc per verde pubblico e pulizia delle spiagge per favorire Buzzi in

cambio di soldi. Lui ha respinto tutto: “Mai preso soldi, ho sempre combattuto in quel difficile territorio che è Ostia contro le prepotenze e ho cercato disperatamente di trovare soldi per il municipio, visto che dal Comune non ci arrivava nulla. Con le gare che abbiamo fatto ho risparmiato 600mila euro per il municipio. Buzzi si rapportava con i funzionari della pubblica amministrazione, non con me. Lo dicono anche le intercettazioni. Io l’ho visto due volte in tutto”.

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