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12 lug

Roma, “Metro C fu frode richiesti1,8 miliardi di costi inventati”

IL coperchio finalmente è saltato e i fari della procura si sono accesi sulla grande truffa da 1,8 miliardi di euro. Una cifra gonfiata, fatta di costi extra mai verificati, che il Campidoglio ha saldato con 320 milioni euro, e che oggi — nella lista delle responsabilità — chiama in causa tutti, uomini di Roma Metropolitane, dirigenti di Metro C, ma anche vertici del Comune di Roma. A partire da Guido Improta, l’ex-assessore alla Mobilità accusato di concorso in truffa aggravata per aver sostenuto, in accordo con il dominus del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, l’atto attuativo che ha messo la parola fine al contenzioso riconoscendo quei 320 milioni di euro che il Consorzio dei costruttori non avrebbe dovuto avere. Il punto di svolta — secondo gli uomini del II reparto della Guardia di Finanza e il pubblico ministero Amelio — si concretizza nei giorni precedenti al 9 settembre del 2013, data della firma dell’atto. Il 6 settembre, presso il ministero, si tiene una riunione presieduta da Incalza (arrestato per l’inchiesta sulle grandi opere) alla quale partecipano i vertici di Roma Metropolitane e l’assessore Improta.

Ed è lo stesso Improta a riferire all’allora presidente della società, Massimo Palombi, l’indicazione ricevuta da Incalza di andare avanti con l’atto attuativo. Una posizione che trova una conferma ufficiale il 10 settembre in una lettera che Incalza invia al Comune e a Roma Metropolitane e nella quale certifica lo stanziamento dei fondi. Denari che oggi l’inchiesta della Procura definisce frutto di una frode, compenso illecito di prestazioni gonfiate, nato da un accordo affaristico tra i vertici dell’azienda pubblica (Roma Metropolitane) e quelli del Consorzio privato (Metro C).

Una linea scritta nelle carte, che in tanti, anche all’interno della macchina comunale, hanno tentato di combattere, finendo in una lista di proscrizione che non ha risparmiato nessuno. È successo all’ex-assessore al Bilancio, Daniela Morgante, che proprio sulla firma dell’atto attuativo aveva preso carta e penna per denunciare all’allora sindaco Ignazio Marino la sua totale contrarietà.

E’ successo all’ex-capo del dipartimento della Mobilità, Giovanni Serra, che si era rifiutato di firmare l’atto attuativo e — al ritorno dalle ferie — si è trovato spostato d’imperio ad occuparsi dei punti verde qualità.

È successo all’ex-ad di Roma Metropolitane,

Federico Bortoli, cacciato con disonore dall’azienda e, ironia della sorte, anche a Massimo Palombi e Luigi Napoli (rispettivamente ex-presidente e direttore generale di Roma Metropolitane, oggi entrambi indagati) che prima firmarono l’atto obbedendo all’ordine di scuderia di Improta, e poi — quando la bolla scoppiò e Marino chiese la testa dei colpevoli — furono entrambi sbattuti fuori la porta di Roma Metropolitane come se fossero gli unici responsabili.

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