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16 nov

Roma, quando i palazzi parlano in versi

IL FILM Blade runner, diretto da Ridley Scott nel 1982, fu forse la prima occasione in cui gli spettatori riuscirono a “vedere” le città del futuro. Ambientato in una Los Angeles del 2019, l’opera mostra una metropoli con gli edifici trasformati in schermi. È un po’ quello che accade oggi, con Time Square a New York o nel centro di Tokio.

Ebbene, sulle stesse superfici che ormai sono utilizzate come display, un tempo regnava la scrittura e in particolare quella latina. Ce lo ricorda un articolo di Antonino Nastasi uscito sulla rivista “Semicerchio” col titolo Urbis ad ornatum est ‘versificata’ domus. Le iscrizioni metriche in latino di Roma Capitale.

Il rigoroso intervento può essere impiegato anche come guida, per incontrare un’immagine dell’Urbe inconsueta e curiosa. Sfruttando queste pagine a mo’ di baedeker, potremo così spostarci dal palazzo Coppedé di via Vittorio Veneto 7 a Villa Durante in piazza della Croce Rossa 3.

Ancora: dall’Università “La Sapienza” in piazzale Aldo Moro 5, a Casa Sander in via di Santa Maria dell’Anima 65, dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali di via XX Settembre 20, all’Accademia Tedesca di largo di Villa Massimo 1. Senza dimenticare la fontana di piazza della Madonna dei Monti e gli edifici di via Volturno 7, via Saverio Mercadante 20-22, via Belluno 28, piazza dei Quiriti 17, viale Parioli 60-62, via dei Sabelli 121-123, via della Gatta 5 e piazza di Sant’Andrea della Valle 6, su su fino alla circonvallazione Claudia 82. Ma come nasce questa strana usanza?

Anche dopo l’annessione all’Italia, sui palazzi dell’Urbe continuarono a fiorire molte iscrizioni latine, sia per il peso della tradizione, sia perché l’idioma dell’antichità imperiale si ricollegava a quel mito della “Terza Roma” su cui si fondò, sino alla caduta del fascismo, l’edificazione della capitale. È così che, dal 1870 fino ad oggi, sono state prodotte più di 700 iscrizioni latine (escludendo le ecclesiastiche e sepolcrali). Fra queste, Nastasi sceglie quelle di 24 testi metrici redatti ex novo. Coprendo un arco di circa sessant’anni, dal 1880 al 1937, le epigrafi non superano il ventennio fascista. Dopo la sua caduta, per motivi di ordine storico e culturale, la produzione romana di iscrizioni in latino subisce infatti un netto calo.

Ad eccezione di un caso, la scansione metrica è sempre corretta, mentre le composizioni (per la metà delle quali si sono individuati gli autori) appaiono di buona se non ottima fattura, ispirate ai maggiori poeti latini classici. Fermiamoci su Palazzo Coppedè, l’ultima opera del celebre architetto. Questo edificio abitativo presenta sulle sue superfici esterne ben 13 iscrizioni, il che gli meritò l’appellativo di “palazzo parlante”… Le epigrafi, previste sin dall’inizio, furono dettate da Alfredo Panzini, giornalista, romanziere di successo, lessicografo, professore per quarant’anni al Liceo Mamiani e tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti stilato da Giovanni Gentile nel 1925.

Qualche curiosità: l’epigrafe per la fontana di piazza della Madonna dei Monti ebbe addirittura otto redazioni; quella di via Volturno, mal restaurata, ha visto la parola “plantae” diventare “plantab”; quella di via Belluno si ispira a Orazio; quella di via dei Sabelli presenta un bel gioco di parole fra “limina” (soglie)

e “lumina” (luce). Discorso a parte merita infine l’iscrizione di Sant’Andrea della Valle, nell’edificio creato dallo stesso architetto, Arnaldo Foschini, che ideò l’apertura di Corso Rinascimento. Invece dell’usuale datazione secondo l’era fascista, il testo, unico in tutta Roma, presenta l’indicazione degli anni a partire dalla nascita dell’impero coloniale italiano (9 maggio 1936). E dire che sono passati poco più di ottant’anni…

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