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10 mag

Roma, rogo di Centocelle: l’inferno nomadi tra campi e pregiudizi

L’ultima volta, sei anni fa, il rogo di una baracca a Tor Fiscale, sull’Appia, in cui morirono quattro bambini di etnia rom, funzionò da acceleratore per la realizzazione del campo a La Barbuta. Allora il sindaco era Gianni Alemanno e “l’emergenza nomadi” era uno dei temi caldi dell’amministrazione di centrodestra.

Adesso,la tragedia di Centocellepotrebbe riproporre il bis di quelle politiche e portare all’apertura di un nuovo insediamento attrezzato a Roma Nord, in sostituzione del Camping River, i cui servizi di gestione scadranno il 30 giugno. Corsi e ricorsi storici secondo Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, una onlus che dal 2010 si occupa di tematiche legate ai nomadi: “Le politiche della giunta Raggi sono le stesse attuate da Alemanno “. Con un problema in più: “Ora manca completamente una visione e una programmazione della questione”. E dire che il problema è, da anni, visibile sotto gli occhi di tutti. E in campagna elettorale, nel 2016 (ma lo stesso accadde nel 2013) l’obiettivo di tutti i candidati era “il superamento dei campi nomadi”.

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A novembre una memoria di giunta parlava di un piano di lavoro denominato “Progetto inclusione Rom”, con la previsione di un cronoprogramma: “Lo aspettavamo, come da indicazioni, entro il 31 marzo – spiega Stasolla – 40 giorni dopo non sappiamo che cosa intende fare l’amministrazione Raggi per risolvere la situazione”. L’unica cosa certa, secondo la onlus, è il milione e mezzo di euro che il Comune è pronto a sborsare per la realizzazione del nuovo campo a Roma Nord. “Tra costruzione e gestione – prosegue il presidente della 21 luglio – si spenderanno circa 20.000 euro l’anno a famiglia”.

Il Campidoglio per adesso si rifà a una sperimentazione che dovrebbe partire sui campi de la Barbuta e della Monachina, offrendo “adeguata sistemazione alle persone rom che progressivamente li abbandoneranno” e che si fonda su quattro assi: habitat, occupazione, salute e istruzione. Un piano, però, solo sulla carta che stenta a partire e sul quale, ieri, nessuno del Comune ha detto nulla. Per l’amministrazione ha parlato solo la sindaca per esprimere cordoglio. Silenzio dall’assessore competente, Laura Baldassarre. Attualmente, secondo le stime della giunta, nella capitale, in emergenza abitativa, vivono 5.300 nomadi. Per la 21 luglio sono circa 2.000 in più, distribuiti tra i 7 campi attrezzati (Barbuta, River, Castel romano, Candoni, Villa Gordiani, Casal Lombroso e Salone), le 11 aree tollerate e i numerosi microinsediamenti, come quello oggetto dell’incendio di ieri notte.

Situazioni ai limiti della vivibilità sia per chi ci abita dentro sia per chi ci abita attorno. Con una conflittualità interna sempre in aumento e una convivenza nei quartieri sempre più complicata. Colpa dei furti, attribuiti in quelle

zone spesso ai rom. Colpa dei roghi di materiali vari bruciati nei campi nomadi e che diffondono nell’aria circostante sostanze tossiche. Colpa della mancanza di un intervento incisivo, richiesto dalle stesse famiglie di nomadi: “I campi non li vogliamo – raccontava ieri Dario, un abitante dell’area attrezzata in via dei Gordiani, a Centocelle – con i soldi che il Comune dice di spendere per tenere in piedi questi posti potrebbero darci una soluzione migliore per vivere”.