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26 feb

Roma, sequestrate e rese schiave nella favela di via Salone

In tre, una delle quali minorenne, rapite in Romania, portate in Italia e cedute per 4000 euro a giovani nomadi Vivevano segregate nel campo di via di Salone. Gli aguzzini e il mediatore trafficante condannati dopo due anni. Vale al massimo 4 mila euro una donna sequestrata in Romania, imbottita di droga, nel lungo tragitto in auto da Bucarest a Roma, e poi venduta come fosse un oggetto. O meglio una serva, perché è di questo che si tratta. La condanna per riduzione in schiavitù di cinque persone da un massimo di sei a un minimo di tre anni e mezzo di carcere, fotografa nella capitale il caso delle mogli -schiave.

Il negriero ha un nome e cognome, Eduard Ioan Tudor, classe 1956. A lui il compito di selezionare le donne nell’Europa dell’est, imbrogliarle con la falsa promessa del lavoro e portarle ai compratori del campo nomadi di via di Salone. Dopo trenta ore di auto, stordite dal caffè corretto con sonniferi, tre ragazze, di cui una minorenne, Paola, Luisa e Francesca (i nomi delle vittime sono di fantasia) sono arrivate tra l’ottobre e il novembre del 2014.

Ad aspettarle a braccia aperte c’erano i loro sposi, Ibrahim Seferovic, Denis e Steve Halilovic, età compresa tra i 18 e i 27 anni. I tre hanno pagato Tudor, da un minimo di 3200 ad un massimo di 4000 euro per la più giovane, e trascinato nel campo le loro spose.

IL COMMENTO / Oltre quel recinto corpi, non persone diventate fantasmi

Per le ragazze una vita d’inferno. Oltre ai mariti-padroni le tre hanno subito le prepotenze anche dei suoceri. Alessandro Halilovic, padre di Steve, è stato infatti condannato per lo stesso reato. “Una situazione di vulnerabilità, di inferiorità psichica, senza conoscere la lingua, né avere soldi”, scrivono i giudici per descrivere la condizione di fragilità e ricatto in cui si trovavano le vittime.

Per le ragazze vigeva l’obbligo tassativo di non abbandonare mai il campo, se non accompagnate da qualcuno di fiducia, di garantire la pulizia di un determinato numero di caravan e poi di concedersi ai rispettivi pseudo mariti. Ogni forma di protesta era assolutamente vietata. E per farle rientrare nei ranghi si usavano le maniere forti: calci o schiaffi.

Uno stato di prostrazione che ha portato la più piccola, Francesca, strappata al proprio figlio in Romania, a tentare il suicidio. Luisa, invece, ha dovuto abbandonare

i suoi due piccoli. Tutte e tre, ad ogni modo, hanno praticato gesti autolesionistici.

La primavera del 2015 ha sancito la fine della loro tortura quotidiana. L’intervento dei carabinieri e della polizia municipale (coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pubblico ministero Cristiana Macchiusi) hanno restituito la libertà alle ragazze e ha aperto il carcere per i loro aguzzini condannati in primo grado, pochi giorni fa, dal gup Fabio Mostarda.

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